Si rischia la prescrizione per il processo alla maestra che lasciò incustodita la bimba di 16 mesi. La tragedia di Lavinia, in coma da tre anni

Nel 2018, la piccola uscì gattonando da un asilo nido di Velletri. Venne investita da un auto in manovra. L’insegnante è accusata di abbandono di minore. L’appello dei genitori su Facebook per velocizzare il processo

Gattonare a 16 mesi, quanto di più normale. Anomalo, per la piccolissima Lavinia, che gattonava nel parcheggio dell’asilo nido di Velletri dove l’avevano portata i suoi genitori, Massimo e Lara, entrambi funzionari del ministero dell’Interno, lui in polizia, lei nel corpo dei vigili del fuoco. Accadeva il 7 agosto del 2018. Lavinia quel giorno era infatti sfuggita al controllo di una maestra distratta. E andò fatalmente incontro a un incidente che l’avrebbe proiettata in uno stato vegetativo.

Una macchina in fase di parcheggio urtò contro quella piccolissima bimba, invisibile a ogni specchietto. E ora, da tre anni, Lavinia è in coma. Vive attaccata alle macchine.

Davanti al tribunale di Velletri pende un processo contro la maestra Francesca Rocca. Ma i tempi sono biblici. Causa Covid, la prossima udienza è stata fissata tra diversi mesi, nel marzo del 2022. Nel frattempo i genitori hanno lanciato un appello online, attraverso Facebook,con il gruppo «Giustizia per Lavinia» perché si velocizzino i tempi della giustizia che ha impiegato un anno per arrivare alla conclusione delle indagini e altri due per fissare le prime udienze processuali. Il rischio è che tutto scivoli in una prescrizione.

Quell’asilo nido di Velletri nel frattempo è stato chiuso. La maestra Rocca, al termine delle indagini del pm Giovanni Taglialatela, è imputata (forse per la prima volta in Italia per una vicenda simile) del reato di abbandono di minore: rischia una condanna alla reclusione da sei mesi a cinque anni. Ma di questo passo, con udienze così rallentate, tutto è possibile. Anche una prescrizione del processo.

Nel frattempo c’è una famiglia devastata dal dolore e dalla gestione quotidiana. Lavinia non può essere lasciata sola, ha bisogno di assistenza continua. Infermieri e terapisti garantiti dall’Asl di Velletri - «esemplare il supporto che ci hanno assicurato sin dall’inizio», tiene a precisare Massimo - non riescono a coprire tutti i turni e tutte le necessità. Funziona invece la rete familiare, a cominciare dai nonni, con turni fissi «secondo un’organizzazione svizzera», si sforza di sorridere.

Il papà e la mamma di Lavinia hanno accettato da subito la terapia psicologica e cercano di vivere la loro anormale normalità, se così la si può definire, «nella maniera più tranquilla possibile». Anche perché devono pensare pure ad Edoardo, il fratellino che ora ha cinque e mezzo, «e ha diritto a uscire, a giocare, a vivere come un bimbo della sua età, nonostante quello che è successo».

Dice Lara, la mamma: «Affidare i figli a qualcuno mentre si lavora è un atto di fede. Dai fiducia in chi se ne occuperà, sperando che almeno in minima parte lo faccia come faresti tu. Quello che è accaduto parla di una grave incapacità di assumersi qualunque tipo di responsabilità da parte di chi doveva vigilare su Lavinia e non l’ha fatto».

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