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Carlo Casalegno: 45 anni dall’omicidio politico. Oggi su “Il Mix delle 23”

Il vicedirettore di La Stampa fu vittima di un agguato da parte delle Brigate Rosse nella sua casa di corso Re Umberto. Morì 13 giorni dopo, il 29 novembre del 1977

Nicolò Guelfi
Aggiornato alle 4 minuti di lettura

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La vita come prezzo da pagare per aver raccontato il presente e interpretato, fino all’ultimo, il mestiere del giornalista. Quella del vicedirettore di La Stampa è una vicenda che segna un punto di svolta nella storia d’Italia. Il 29 novembre di 45 anni moriva all’ospedale Le Molinette Carlo Casalegno. Alla sua memoria è dedicata la puntata di oggi del programma “Il mix delle 23”, condotto da Giovanni Minoli per Rai Radio 1 con la regia di Roberta Casimirro. Nel programma lo storico conduttore di “Mixer” analizza, attualizzandoli, i grandi avvenimenti del passato, con ritratti e degli uomini e le donne illustri passati alla storia. Quello odierno è rivolto all’editorialista del quotidiano torinese vittima delle Br.

Casalegno fu la prima vittima tra i membri del “quarto potere” da parte del terrorismo italiano. Omicidio che si sarebbe ripetuto con modalità simili più avanti, come nel caso di Walter Tobagi, cronista del Corriere della Sera, assassinato il 28 maggio del 1980 dalla Brigata XXVIII marzo a Milano. Già la prima avvisaglia che la violenza politica si stesse riversando contro i giornalisti si era vista proprio nel giugno di quell’anno, il ‘77, quando sempre gli estremisti di sinistra spararono alle gambe al direttore del Giornale Indro Montanelli. Uno dei momento di massima tensione per la storia dell’Italia, stretta nella morsa della lotta armata. Gli anni delle bombe, delle stragi, dei rapimenti e degli omicidi. Ma anche se tempi eccezionali prevedono soluzioni eccezionali, Casalegno si è sempre opposto all’introduzione di leggi ad hoc per combattere il terrorismo.

Torinese di nascita e per vocazione, Casalegno fu piena espressione della cultura della sua città: dopo aver frequentato il liceo classico Massimo d’Azeglio, si laureò in Lettere all’Università degli Studi di Torino e poi, dal 1942 al 1943, fece l’insegnante al liceo Palli di Casale Monferrato. Prese parte alla Resistenza aderendo al Partito d’Azione (insieme all’amico Massimo Ottolenghi) e collaborando al suo quotidiano Italia libera. Terminata la guerra, continuò a collaborare con la rivista Giustizia e Libertà, che aveva preso il posto di Italia libera. Dal 1951 al 1954 fu direttore della rivista Resistenza. Giustizia e Libertà.

Nel 1947 inizia la sua esperienza a La Stampa, che durerà 30 anni. Nel 1968 ne divenne vicedirettore, diventando l’unico editorialista di politica interna, oltre all’allora direttore Arrigo Levi. Dal 1969 al 1977, nella sua rubrica settimanale intitolata “Il nostro Stato”, scrisse corsivi su questioni di attualità e temi scottanti come il divorzio, la laicità dello Stato e, in particolare, il terrorismo, divenendo così nemico giurato delle Brigate Rosse. Casalegno scelse sempre la linea della legalità, chiedendo la massima fermezza nell’applicare le leggi ordinarie già esistenti per combattere il fenomeno e impedire che trovasse appoggi e attecchimento nella società civile.

Il vicedirettore rifiutava in toto l’idea di applicare misure straordinarie per contrastare il terrorismo, sapendo bene che in Italia l’eccezione diventa regola e che le leggi straordinarie sarebbero potute diventare strumento contro le libertà democratiche. Nel 1971 fu tra i pochi giornalisti italiani a prendere pubblicamente le difese del prefetto Libero Mazza, autore di un rapporto riservato in cui descriveva la violenza della sinistra extraparlamentare attiva a Milano.

Il 16 novembre 1977 venne mortalmente ferito Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa 

Nel 1976 si aprì a Torino il maxi-processo alle Brigate Rosse, nella ex caserma trasformata in aula bunker di Corso Ferrucci, che vedeva tra i suoi principali imputati Renato Curcio. La tensione durante il processo divenne altissima, portando all’assassinio dell’avvocato Fulvio Croce, che aveva preso la difesa d’ufficio dei brigatisti nonostante questi avessero minacciato di morte chiunque lo avesse fatto. L’iter proseguì con la rinuncia in massa dei cittadini chiamati a comporre la giuria popolare. Servivano sei persone, non si presentò nessuno. In questo contesto, Casalegno coi suoi articoli esortava ognuno a non indietreggiare di fronte al terrorismo, a fare ciascuno la propria parte.

Un anno dopo, Il 16 novembre 1977 alle ore 13.55, mentre stava ritornando nella propria casa in corso Re Umberto 54, Casalegno fu vittima di un agguato da parte di un gruppo della sezione torinese delle Brigate Rosse, formato da Raffaele Fiore, Patrizio Peci, Piero Panciarelli, Cristoforo Piancone e Vincenzo Acella.

La prima pagina de La Stampa dopo l'attentato a Carlo Casalegno

 

Gli attentatori in un primo momento forse avevano in mente di replicare lo stesso schema operato a Milano contro Montanelli, ma, dopo una serie di rinvii e dopo una discussione interna alla colonna torinese, la gambizzazione venne commutata in sentenza di morte a causa di nuovi articoli firmati dal giornalista torinese che criticavano la lotta armata. I brigatisti avevano previsto di colpire Casalegno direttamente nell’androne del palazzo. Raffaele Fiore aveva il compito di sparare, coperto da Piero Panciarelli, mentre Peci rimaneva a fare il palo armato di mitra. Acella era alla guida dell’auto predisposta per la fuga.

Casalegno venne colpito da quattro colpi al volto. Soccorso dalla moglie, il giornalista venne ricoverato in condizioni gravissime all’ospedale Le Molinette. In quel frangente a Torino si cercarono di organizzare manifestazioni di solidarietà: la sera seguente il giorno dell’attentato (17 novembre), ci fu una manifestazione popolare di cittadini contro il terrorismo a piazza San Carlo con la partecipazione di alcune migliaia di persone.

Il vicedirettore de La Stampa morì il 29 novembre 1977, dopo 13 giorni di agonia. Ai funerali parteciparono l’avvocato Gianni Agnelli, i politici Bettino Craxi e Giovanni Spadolini e l’allora ministro Carlo Donat-Cattin. Oltre alla moglie Adele “Dedi” Andreis (scomparsa a maggio di quest’anno), Carlo Casalegno lasciò un figlio di 33 anni, Andrea, giornalista e militante di Lotta Continua. La sua salma riposa al Cimitero Monumentale, tra i cittadini illustri della storia di Torino. Il cordoglio non fu unanime, tra gli operai di Mirafiori alcuni mostrarono disinteresse per la morte di una figura che oggi diremmo “di establishment”, ma a morire non fu solo un giornalista borghese, bensì il padre di un militante di Lotta Continua. Questo fatto contribuì a sensibilizzare i giovani eversivi su chi fossero i propri nemici: i loro stessi genitori. Un momento tragico in cui il carnefice ha l’occasione si riconoscersi nella vittima. 

Durante il processo in Corte d’Assise, svoltosi a Torino nell’estate del 1983, i brigatisti dissero che avevano deciso di ucciderlo anziché sparargli alle gambe a causa soprattutto di un suo articolo, molto critico, uscito su La Stampa del 9 novembre ‘77 intitolato “Non occorrono leggi nuove, basta applicare quelle che ci sono. Terrorismo e chiusura dei covi”. Secondo quanto scrive Peci, Casalegno fu condannato a morte per aver offeso la memoria di alcuni membri della Rote Armee Fraktion (Raf) morti in carcere in Germania tra l’ottobre e il novembre 1977.

In ricordo del vicedirettore, La Stampa assegna settimanalmente il premio “Carlo Casalegno”: «Riconoscimento intitolato alla memoria del vicedirettore del giornale simbolo dei valori della Costituzione e vittima del terrorismo», conferito al giornalista che più si è messo in evidenza per articoli o reportage di particolare valore.

Nel 2004, memori della battaglia per la difesa della legalità, l’Università di Torino, dove Casalegno si era laureato in Lettere nel 1942, gli ha conferito la laurea honoris causa postuma in Giurisprudenza.

Ancora oggi, Il giornalista resta un simbolo della sua città. Di lui Gianni Agnelli disse: «Del torinese, Casalegno aveva il rigore, la serietà, la coscienza del dovere, la capacità di pensare attraverso i fatti, per giudicare solo dopo averli esaminati».

La battaglia più grande è del giornalista è stata quella per allargare l’opinione pubblica, fare sì che la società progredisse attraverso una riflessione su se stessa che coinvolgesse tutti, a partire dai più giovani. In occasione di un incontro con degli studenti di un Liceo a Rivoli, uno studente chiese a Casalegno cosa potessero fare loro sensibilizzare l’opinione pubblica. La risposte, semplice quanto vera, fu: «Parlarne. Parlarne tra voi, parlarne in famiglia, parlarne con i vostri conoscenti, interessare al problema le altre scuole. Perché in un Paese libero i problemi si risolvono così. E quando un movimento di opinione nasce dall’interesse di molte persone libere, allora anche i giornali se ne devono occupare».

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