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Cina, proteste anti lockdown da Pechino a Shanghai: “Via il dittatore Xi Jinping”. Le autorità: “Allentate alcune delle restrizioni a Urumqi”

(afp)

La politica della “tolleranza zero” si è trasformata in un pericoloso boomerang per la leadership cinese. Ma il governo: «La nostra battaglia contro il Covid avrà successo»

Aggiornato alle 3 minuti di lettura

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La politica della “tolleranza zero” al Covid, perseguita con tenacia e ostinazione in quasi tre anni di pandemia, si è trasformata in un pericoloso boomerang per la leadership cinese. Le migliaia di persone scese a manifestare in varie città del Paese, a costo di pesanti conseguenze, hanno preso di mira per la prima volta direttamente il Partito comunista e il presidente Xi Jinping, di cui sono state chieste le dimissioni, insieme a una svolta democratica. Un affronto che alla Zhongnanhai, la cittadella del potere rosso di Pechino, avrà di sicuro fatto alzare il livello di guardia verso un fenomeno che sta trovando sponde in tutta la Cina come non accadeva dai tempi di Piazza Tienanmen sulla spinta dei social media, dove la creatività ha neutralizzato la censura del Great Firewall.

Shanghai, la polizia picchia brutalmente e arresta un giornalista della BBC. Il video

Il governo di Pechino ribadisce che «la battaglia contro il Covid-19 avrà successo». Il portavoce del ministero degli Esteri, nel consueto briefing con la stampa, quando gli è stato chiesto delle manifestazioni ha detto che la domanda non corrisponde «ai fatti». «Riteniamo – ha dichiarato Zhao Lijian – che con la leadership del Partito comunista cinese e il sostegno del popolo cinese, la nostra battaglia contro il Covid-19 avrà successo». Poi il primo passo indietro: alcune delle restrizioni contro il Covid saranno allentate a Urumqi, il capoluogo dello Xinjiang da dove sono partite le proteste dopo l'incendio costato la vita a dieci persone. Lo hanno reso noto le autorità della regione occidentale cinese, secondo cui da domani alcune attività in aree «a basso rischio» potranno riprendere le operazioni al 50% delle loro capacità, mentre trasporti pubblici e voli cominceranno a «riprendere in modo ordinato».

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Proteste all’università di Pechino
I fogli bianchi tra le mani sono i simboli più riconoscibili anti-lockdown e sfuggono alle maglie dei controlli. Shanghai e Pechino sono gli epicentri della protesta che ha ramificazioni anche in altre città, tra cui Nanchino, Qingdao, Chengdu e Wuhan, il famigerato capoluogo dell'Hebei all'origine della crisi del nuovo coronavirus a gennaio 2020. Nella capitale cinese, presso la prestigiosa Università Tsinghua, circa trecento studenti hanno protestato dopo l'affissione di un foglio bianco.

I video circolati online mostrano la rabbia di una popolazione esausta, sfinita e frustrata per le continue restrizioni anti-virus che ripetono la solita ricetta: lockdown, test di massa, quarantene interminabili e ingerenze nella sfera dei diritti. Lo stesso Xi, appena riconfermato alla guida del Pcc con un inedito tero mandato di fila, ha definito «poco costosa» la linea dello zero-Covid, nonostante le restrizioni abbiano affossato l'economia, affermando che la linea del governo sarebbe rimasta quella fino alla "vittoria finale" sul virus.

Alcune centinaia di persone si sono radunate anche lungo il fiume Liangma e nelle aree limitrofe per una veglia - a dispetto delle restrizioni anti-Covid - in ricordo delle vittime dell'incendio di Urumqi, nello Xinjiang, costato la scorsa settimana la vita a 10 persone in una tragedia imputata alle inflessibili politiche anti-Covid. Il governo ha accusato le «forze con secondi fini» di collegare l'incendio mortale alle rigide misure anti-Covid. «Sui social media ci sono forze con ulteriori motivi che collegano questo incendio alla risposta locale al Covid-19», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri. I post online hanno rimarcato che i lockdown anti-Covid a Urumqi hanno ostacolato i soccorsi in risposta all'incendio di giovedì notte in una palazzina.

Cina, "Abbasso Xi Jinping!". Per la prima volta esplode la rabbia esplicita contro il presidente

A Shanghai i manifestanti chiedono la fine del Partito comunista
Mentre anche le immagini dei Mondiali di calcio in Qatar, con stadi strapieni di spettatori senza mascherina, sono diventate oggetto di dibattito tra i netizen, simbolo di un mondo esterno che ha fatto altre scelte rispetto alla Cina: il network statale Cctv, trasmettendo gli incontri, ha pensato bene di tagliare le riprese del pubblico sugli spalti. A Shanghai, Wulumuqi Road - che prende il nome da Urumqi - è diventata il cuore delle rivendicazioni: sabato c'è stata la veglia sfociata in una protesta poi stroncata con decine di arrestati dalla polizia. Il pugno duro non ha scoraggiato le altre centinaia di persone che si sono ripresentate oggi chiedendo in forma esplicita la fine del Partito comunista, le dimissioni di Xi Jinping, la democrazia ed esprimendo solidarietà alla causa delle donne iraniane.

C'è una rabbia diffusa per i due mesi di lockdown vissuto fino agli inizi di giugno che hanno visto la città sprofondare in un incubo, mentre per tutta risposta l'allora segretario del Pcc cittadino Li Qiang è stato promosso da Xi a numero due del partito, quindi a premier in pectore. «Abbasso il Partito comunista cinese, abbasso Xi Jinping», è stato uno slogan riconoscibile in un video postato sui social. Più di recente scontri sono stati filmati tra lavoratori migranti e polizia a Lhasa, il capoluogo del Tibet, dopo oltre ottanta giorni di lockdown, e a Guangzhou, all'ennesimo blocco. Tra i manifestanti è stato arrestato il reporter della Bbc Ed Lawrence, da quanto si apprende «perché non si è identificato come giornalista», ha aggiunto Lijian. 

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La Cina nella peggiore ondata Covid
La Cina, tra l'altro, è nel pieno della peggiore ondata di Covid-19 dall'inizio della pandemia, con numeri record (ma comunque relativi rispetto al resto del mondo) che sono saliti sabato - secondo la Commissione sanitaria nazionale - a quasi 40.000 unità su scala nazionale, in prevalenza a Guangzhou, Chongqing e Pechino.

Intanto, sembra emergere l'impatto della straordinaria protesta organizzata a Pechino da Peng Zaizhou, il vero nome di Peng Lifa, sul cavalcavia di Sitong, lo scorso 13 ottobre alla vigilia del XX Congresso del partito. Gli slogan da lui scritti sugli striscioni sono stati ampiamente ripresi dai manifestanti: dal «non vogliamo fare i tamponi, vogliamo libertà» e al «vogliamo dignità non bugie», fino al «via il dittatore Xi Jinping».

Le proteste in Cina, è stata una delle letture fornite sui social, «sono come i minuscoli formicai nella diga. Malgrado nessuna di loro sia fatale, un numero sufficiente in luoghi e tempi strategici potrebbe portare al crollo della possente struttura». Perché una delle migliori tradizioni della cultura cinese risale almeno a Confucio: «Fare l'impossibile».

(afp)

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