Cercansi voti per non far cadere il Conte-due

Per uno di quei paradossi di cui è ghiotta la politica italiana, più un governo sembra destinato a stare in piedi, più soci e nemici cercano di rendergli la vita impossibile. Per trarne qualche vantaggio anche senza la lotteria delle urne.

Tutti sono convinti, per esempio, che il governo Conte, che traballa da che è nato, non possa cadere tanto facilmente, se non altro perché il virus impazza ancora e fa centinaia di morti al giorno, il debito corre oltre ogni limite tollerabile (2600 miliardi) e non c'è in Parlamento alternativa politica praticabile. E allora ecco partiti, correnti e leaderini alzare la voce, chiedere, pretendere, sfidare, minacciare...

Anche troppo. Tanto che nelle ultime ore il presidente Mattarella è stato costretto a far filtrare dal Quirinale un possibile ben diverso esito della storia: se si tira troppo la corda, ha fatto capire, il governo può cadere eccome, una sfiducia a Conte vorrebbe dire elezioni, non c'è altra strada. Anche in piena pandemia. Certo, il frastuono di questi giorni è alimentato soprattutto dalla guerra del lockdown: cittadini contro Comuni, Comuni contro Regioni, Regioni contro governo. Ma gli stessi attori sulla scena sanno che il vero copione è un altro e ruota intorno a due parole, una vecchia e una nuova.

La vecchia è "rimpasto", mirabile pratica grazie alla quale la Prima Repubblica provvedeva a riequilibrare i pesi di partiti e correnti licenziando e nominando ministri e sottosegretari. Oggi non è molto diverso: Renzi vorrebbe più spazio; Zingaretti toglierne un po' ai 5S; entrambi, chi più chi meno, vorrebbero ingolosire B. sperando di averne in cambio un appoggio in un Parlamento ormai fuori dal controllo dei partiti.

Invece la parola nuova è Mes, e qui la faccenda si complica assai. Berlusconi prima ha promesso il suo sì, poi per non rompere del tutto con Salvini ha detto che voterà sì all'uso dei soldi Mes per la sanità, ma no alla più generale riforma del meccanismo. I 5stelle addirittura perdono pezzi: una cinquantina di parlamentari si è dichiarata per il no, e al Senato dove mercoledì Conte dirà la sua e chiederà un sì, sono 15 i grillini che voteranno contro: mancherebbero cinque voti e la riforma non passerebbe. Con grave scorno per il governo che imboccherebbe la strada della crisi, mentre l'Ue vedrebbe la solita Italietta che promette una cosa e ne fa un'altra.

E poi a pensarci bene, sarebbe solo la prima prova. Perché se pure si superasse lo scoglio Mes, toccherà alla legge elettorale e alla riforma fiscale. Non a caso ieri Grillo, invece di tornare a recitare come promesso, ha ritrovato la voglia di fare politica dando per sepolto il Mes e chiedendo che ora a pagare siano i ricchi. Traduzione: Mes no, patrimoniale sì. Traduzione del sottotesto: forse potremmo dire sì al Mes, ma solo se voi diceste sì alla patrimoniale. Teatro dell'assurdo. Insomma, o crisi o avanti così, litigiosi e in stallo, per nove mesi ancora. Fino al semestre bianco che chiuderà la rissa di governo e aprirà la lotta per il Quirinale. Intanto l'Italia si lecca le ferite della tragedia Covid.

 

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