La vittoria di Edward Snowden

L’opinione

Edward Snowden ha vinto. E l'annuncio di riforme ai programmi di sorveglianza dell'intelligence USA da parte di Barack Obama lo dimostra. Il presidente afferma che il dibattito pubblico sull'argomento ci sarebbe stato comunque. Ma mente, e lo sa bene. Mai, prima delle rivelazioni fornite dall'ex analista CIA, aveva ammesso: «Possiamo e dobbiamo essere più trasparenti». Mai era giunto a mettere in discussione l'imparzialità dell'operato della corte che avrebbe dovuto vigilare sulle operazioni della National Security Agency (Nsa), e invece ne ha solo assecondato ogni desiderio. Mai prima di Snowden si era mostrato comprensivo verso chi temesse i potenziali «abusi» di tecnologie che «hanno dato ai governi, incluso il nostro, un potere senza precedenti di controllare le comunicazioni», al punto di sostenere che vada «rivisto».

Le riforme annunciate dal presidente sono insomma frutto dei dubbi suscitati nell'opinione pubblica statunitense, e registrati in maniera crescente dai sondaggi, a partire dalla pubblicazione dei documenti forniti da Snowden. Con altri successi per la «sentinella civica» riparata a Hong Kong e poi in Russia: l'inaspettato consenso raccolto dall'«emendamento Amash» al Congresso, che si proponeva proprio di modificare – non riuscendoci per soli sei voti - la parte del Patriot Act riguardante la raccolta dei dati telefonici che ora Obama dice di voler modificare; il direttore dell'Nsa, Keith Alexander, incalzato dal pubblico alla Black Hat Conference di Las Vegas; l'udienza in Senato per ottenere chiarimenti sui programmi di sorveglianza, in cui il democratico Al Franken ha annunciato una proposta di legge per rendere più trasparente la sorveglianza; e l'insieme di inchieste giornalistiche indipendenti che quelle rivelazioni hanno generato, dalla Reuters al New York Times, che il docente della New York University, Jay Rosen, ha definito «effetto Snowden». E che prosegue a pieno regime.

Il creatore di Wikipedia, Jimmy Wales, si è addirittura spinto a immaginare un nuovo giornalismo per «l'era Snowden»: un modello ibrido, in cui i volontari – come per l'enciclopedia online – aiutino i professionisti a concentrarsi sui fatti contenuti in imponenti quantità di documenti, più che sul gossip su chi li riveli. Una dinamica vista all'opera anche per il protagonista del Datagate, ma che non ha impedito il porsi all'attenzione pubblica della necessità di ristabilire un giusto equilibrio tra sicurezza nazionale e privacy individuale. Per Obama è un invito ai cittadini a fidarsi ancora di lui, nonostante le tante bugie affermate nei mesi dello scandalo. Difficile basti un sito dedicato a dare massima trasparenza alle operazioni dell'intelligence, o la creazione di un «gruppo di esperti indipendenti» per disegnare «un nuovo modo di pensare per una nuova era», in cui contrasto del terrorismo e tutela dei dati personali non si escludano a vicenda.

Eppure, se dalle parole si dovesse passare ai fatti, sarebbe un segnale estremamente positivo. Innanzitutto per ristabilire un confine netto tra sorveglianza nelle democrazie e nei sistemi autoritari: è solo nelle prime che un presidente riconosce che qualcosa non va, e ne cerca la soluzione attraverso il dibattito pubblico. Nulla di tutto questo avviene nella Russia di Putin, per esempio, l'autocrate ipocritamente improvvisatosi difensore dei diritti umani. E dello stesso Snowden. «Non un patriota», secondo Obama. Ma dovrebbe ricredersi e considerare che, indipendentemente dalle motivazioni e dalle sorti personali, gli ha già dato la possibilità di mostrare ai tanti ragionevoli detrattori che gli Stati Uniti sanno reagire ai loro stessi abusi. Rassicurando così i partner europei in tensione. E contribuendo a stabilire un dialogo virtuoso a livello globale sul futuro dei nostri dati in rete. Il primo passo è compiuto. Ora devono farvi seguito tutti gli altri. Questa volta, nel rispetto delle promesse fatte agli elettori.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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