E dopo un secolo nella Reggia di Caserta rivive il vino dei Borbone

La reggia di Caserta. Il vigneto è alle spalle della cascata monumentale. (Photo 23313380 © Perseomedusa) 
Amatissimo dalla casa reale e quasi scomparso, il Pellagrello nero è stato reimpiantato nella "Vigna dei Re", all'interno del Parco, e ora si avvicina alla sua prima vendemmia 
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C'erano una volta i Borbone, Caserta e la Reggia del Vanvitelli, costruita su immagine, somiglianza e per singolar tenzone con la Reggia di Versailles, proprietà magnifica dei cugini francesi. La Reggia c'è ancora, i Borbone no, ma la loro eredità continua a restare viva, nelle pietre bellissime, nei giardini monumentali, ma anche e soprattutto in quella che è stata l'impronta importante lasciata sul tessuto agroalimentare del territorio. Campagna, allevamenti, ma anche e soprattutto vino. In particolare quel Pallagrello nero che tanto era amato dalla casa reale, quasi totalmente scomparso negli ultimo secolo, che ora sta timidamente tornando alla ribalta. Anche in una veste speciale, ovvero quella cittadina, storia e romantica della Vigna dei Re, l'appezzamento coltivato a vite interno al perimetro della Reggia di Caserta che è stato recentemente reimpiantato e affidato a una cantina del territorio su volere dell'ex direttore Mauro Felicori. Un percorso di rinascita che è stato insieme studio storico e agronomico, e che sta per vedere finalmente la luce. La prossima, sarà infatti la prima vendemmia dopo oltre un secolo.



Era il febbraio del 2018, tre anni fa, nel mondo ante-Covid, quanto l'azienda agricola Tenuta Fontana, tra le tante che hanno risposto alla chiamata alle armi agricole del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, ha ricevuto "l'affidamento a titolo oneroso per il ripristino, coltivazione e gestione dell'antica vigna borbonica", affidamento comprensivo del marchio "Vigna di San Silvestro-Reggia di Caserta", posta alle spalle del Parco della Cascata della Reggia, anche se familiarmente e con un piglio romantico questa viene solitamente appellata come "vigna dei re". Un progetto preciso quello di Felicori che aveva (e ha, anche se lui è poi andato in pensione due anni dopo la vittoria di questo bando da parte della cantina), come obiettivo la valorizzazione storica del territorio attraverso la rinascita e il rinverdimento di un'attività oramai persa nel tempo (nel pieno solco del concetto più moderno di conservazione dei beni culturali), e quella enologica, attraverso il recupero delle varietà bianche e nero di Pallagrello, ottenendo uve di qualità adatte alla produzione di vino IGT.
A livello di coltivazione, l'azienda ha scelto di utilizzare un metodo di coltivazione biologico, per salvaguardare sia il sito storico che la qualità intrinseca del prodotto vinicolo, partendo da uno studio preliminare dei suoli durato a lungo, con lo scopo di "scegliere il portinnesto più adatto al tipo di terreno ed alle esposizioni presenti, proseguendo con la progettazione e l’esecuzione dei lavori e arrivare infine alla gestione agro-ambientale biologica del vigneto". Tutto per riportare agli antichi fasti la produzioni vinicola che qui, nel XVIII-XIX secolo era di prestigio assoluto. 


"I vini di questa contrada sono eccellenti, e sono de’ migliori del Regno così per la loro qualità e natura, come per la grata sensazione che risvegliano al palato. Vanno sotto il nome di Pallarelli e sono stimatissimi nei pranzi”.  Prestigio che salta agli occhi in questo passaggio del Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli. Datato 1797, rende impossibile non notare e vivere da queste stesse parole l’importanza che questa tipologia di uva, e i suoi frutti liquidi, aveva in tempi in cui il vino era sì bevuto, ma molto lontano da quello a cui siamo abituati noi oggi. Sia come percezione che come realtà produttiva. In queste righe troviamo invece un Pallagrello estremamente moderno. Per lungo tempo confuso con un clone dell’Aglianico, fu proprio un Borbone, Ferdinando IV, lo stesso fautore del primo allevamento di bufale a Carditello, a dare risalto a questo vino tra le tante particolarità agronomiche a cui si era appassionato. Fu lui a farlo diventare il vino del re (da qui la nomenclatura affettuosa della vigna di recente reimpianto), arrivando ad amarlo talmente tanto da far apporre una lapide che ne commemora le qualità a Piedimonte Matese, altra terra particolarmente vocata, in data 1775 circa.

Una vita inizialmente fortunata, dopo una nascita misconosciuta, che poi ha rischiato di infrangersi completamente nel tempo con la morte quasi totale delle vigne colpite da oidio e fillossera, pericolosissime ancor di più in casi di vitigni meno produttivi, come appunto il Pallagrello in entrambe le sue varietà. Una lunga storia che ha cominciato a rialzarsi negli anni '90 del secolo scorso, quando il WWF impiantò un'oasi di recupero ambientale, che oggi sta per riprendere ufficialmente e definitivamente vita con i vini di Tenuta Fontana, andando ad arricchire il bacino di prodotti tipici del territorio che possono fregiarsi del prezioso marchio di patronato della Reggia di Caserta.