E il cappero (di Pantelleria) diventa un pezzo da museo

Apre oggi sull'isola il primo spazio espositivo dedicato al prelibato bocciolo. L'ideatore Lasagni, ad del capperificio Bonomo&Giglio: "Vogliamo mettere a disposizione della comunità pantesca e dei turisti la storia di una delle coltivazioni più antiche mai esistite"
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Il re della Perla Nera del Mediterraneo diventa un pezzo da museo. Da bocciolo prelibato ambito nelle cucine di tutto il mondo, frutto di quella che oggi può definirsi una agricoltura eroica, a oggetto da collezione: il cappero di Pantelleria, adesso ha il suo primo museo. Aprirà i battenti oggi (inaugurazione ufficiale invece ad agosto), con una stagione turistica appena iniziata, all’interno di uno storico dammuso a tre cisterne del Novecento, in via Stufe di Khazzèn, a Nord-ovest dell’isola. Ad accogliere i visitatori, una sala espositiva di 30 metri quadri con all’interno attrezzi da lavoro, barili in legno e strumenti legati alla coltivazione e alla raccolta del cappero. Ma non sarà solo un museo da vedere: dentro il percorso, sette cilindri esperienziali con capperi e terre dell’isola da odorare e toccare.

I barili in legno esposti nel museo 
Perché la storia del cappero è degna di essere raccontata. A ideare e promuovere la realizzazione del museo è stato lo storico capperificio “Bonomo&Giglio”, oggi tra le aziende agricole con laboratorio artigianale più innovatrici dell’isola. “Avevo in mente da cinque anni questo progetto - racconta Gabriele Lasagni, amministratore delegato del capperificio e responsabile del museo -. L’idea è semplice: mettere a disposizione della comunità pantesca e di tutti coloro che vorranno scoprire le tradizioni di quest’isola la storia di una delle coltivazioni più antiche mai esistite”.

Gabriele Lasagni 
Chi entra, ha la sensazione di essere a casa. Una cucina con stufa a legna introduce all’architettura domestica pantesca. Semplice ed essenziale. Poi, si prosegue verso la sala espositiva che mostra i vecchi strumenti agricoli, zappe e birrine per fare gli impianti, e quelli di confezionamento dei capperi, dalle pinzatrici degli anni Settanta ai timbri per marcare i fusti. Ci sono anche i vecchi barili che venivano fatti roteare fino al porto per essere imbarcati sui motovelieri. “Sono tutti oggetti provenienti dalle cantine di casa del nonno, pezzi storici della nostra azienda - continua Lasagni - abbiamo ritrovato persino due elmetti di soldati italiani della Seconda guerra mondiale, che venivano usati per salare i capperi, in mancanza di altri strumenti”. Tra gli oggetti più antichi, i crivelli e lo zimmile, il sacco da raccolta, un tempo poggiato sopra gli asini panteschi per il trasporto dei capperi.

Antonio Bonomo e Girolamo Giglio, fondatori della Bonomo&Giglio: Antonio Bonomo era il nonno della moglie di Lasagni 
Il piccolo dammuso-museo è un’immersione nei cinque sensi, agrumeto esterno compreso. La vista degli antichi strumenti si mischia al tatto e all’olfatto dentro l’isola a sette cilindri in plexiglass, dove sono raccolti capperi dal Nord-Africa e terre di tufo, roccia vulcanica e ossidiana, tutti da toccare e sgranellare in mano. Non poteva mancare l’udito, con il racconto sul cambiamento del tempo e la ciclicità della terra, trasmesso in sottofondo con la voce dell’attrice Monica Morini.

A completare il quadro, una piccola sala audiovisiva di 12 metri quadri con un documentario che mostra l’intero ciclo annuale della coltura del cappero e una sala monografica aperta a collaborazioni artistiche, nuove ogni anno. “Vogliamo fare rete sul territorio e far diventare questo museo un hub culturale - dicono dal capperificio - dove le tradizioni della ruralità pantesca potranno declinarsi e raccontarsi attraverso diverse espressioni artistiche”.

Completo di bookshop con prodotti e libri dedicati al cappero, il museo, con il patrocinio del Comune di Pantelleria, Parco Nazionale, Regione Siciliana e Camera di commercio di Trapani, sarà anche luogo di degustazioni nel giardino esterno della struttura. Chicca, la vetrata sulla vecchia cisterna del dammuso, allestita con 72 piccole botti in legno, una per ogni anno di vita dell’azienda “Bonomo&Giglio”. “La nostra storia è stata l’inizio, adesso pensiamo al futuro”.