Nadia, Aurora e le altre: ecco le super chef che rendono ridicoli i pregiudizi sulle donne in cucina

Caterina Ceraudo

(foto: Manuela Laiacona) 
Le storie, e le parole, delle cuoche stellate: non esiste una questione di genere. Ma Isa Mazzocchi sbotta: "E’ una cosa pazzesca! Noi siamo le invisibili. Gli uomini sempre sul palco. E noi? Siamo forse meno brave?"
3 minuti di lettura

Cucinare è un mestiere da donna? Da uomo? Ma via, non vale neanche la pena rispondere. Si può dire, invece, che fare i cuochi è un lavoro pesante, faticoso. E tiene lontani da casa tutti i giorni, tutte le sere. Forse questa (dis)organizzazione della vita è la discriminante, perché viviamo in una società così e cosà, che impone certi ruoli eccetera, argomento antico. Non discutiamone qui.

Nadia Santini 
Invece, ricordiamo alcune delle chef brave e bravissime. Che per qualche motivo ,anche generale e generazionale visto che difficilmente si spronavano le bambine a realizzare se stesse, sono assai meno degli uomini. Per anzianità stellare, la prima è Nadia Santini, che nella cucina di Dal Pescatore, a Canneto sull’Oglio (Mantova), sta da una vita. Lei, laureata, si è messa ai fornelli per amore del marito Antonio, ha imparato tutto dalla suocera, è diventata bravissima, ha tre stelle dal 1996. "La cucina è un’interpretazione della realtà", esordisce. "Non esiste una differenza di genere, esistono diversi modi di interpretare, è un fatto soggettivo. Come in letteratura, se ci pensa. E poi, ho conosciuto grandissimi chef che hanno detto di dover tutto a donne, parenti o maestre: come Paul Bocuse, Roger Vergé, George Blanc. E’ grande colui, o colei, o quella cosa, che trasforma il ricordo in nostalgia: e fa venire voglia di tornare". Profonda, Nadia, sempre grandissima.

Viviana Varese, a Milano, ha preso la stella con il suo Alice nel 2010, assieme alla socia Sandra Ciciriello, sommelier ed esperta di materie ittiche. L’amore per il mestiere l’ha assorbito da piccola, nel ristorante-pizzeria del padre a Salerno: "Una questione fisica: mi attiravano il profumo della brace, la consistenza dell’impasto, i gesti, l’idea di fare le cose con le mani era un’attrazione fatale. Non me ne sono mai liberata, e tanto meno pentita". Le difficoltà, secondo lei, sono quelle che le donne incontrano in qualunque professione. Sandra conferma: agli inizi, il suo lavoro al mercato del pesce è stato "un inferno, dovevo tenere testa agli uomini e ai loro pregiudizi".

Antonia Klugmann, stellata per L’Argine a Dolegna del Collio (Gorizia), non ha dubbi: "La cucina richiede un sacrificio particolare, per la quantità e la modalità. Io sentivo il bisogno di esprimermi in modo creativo e ho capito che per farlo bisogna essere liberi. Così ho messo in piedi la mia impresa, a 26 anni. Ha in mente Virginia Woolf? Questa è la stanza tutta per me. Il problema è un altro: bisogna dire alle bambine, fin da piccole, che devono mettersi in gioco come i maschi, devono competere alla pari".

Chi non riesce a passar sopra al problema è Isa Mazzocchi, stella (comunque) a La Palta di Borgonovo Val di Taro (Piacenza), che sbotta: "E’ una cosa pazzesca! Noi siamo le invisibili. Gli uomini chef sempre sul palco. E noi? Siamo forse meno brave?".  Isa è nata in un’osteria "di tradizione famigliare matriarcale", per lei è stato facile scegliere. Prima per passione ereditaria. Poi si è aggiunta l’ambizione perché "anche le donne ne hanno". Solo che "a un certo punto possono rinunciare, per esempio per amore dei figli: in Italia c’è ancora un forte senso della famiglia, che magari rende le cose più difficili, per noi".

Tradizione di famiglia anche per Aurora Mazzucchelli, ma al maschile: "Il cuoco era mio padre, e con questo fatto mi sono dovuta confrontare; all’inizio io con la giacca da chef disorientavo i clienti, ed ero confusa anch’io. Poi tutto è andato liscio e ho acquisito credibilità". E la stella, al ristorante Marconi di Sasso Marconi (BO), nel 2008. Per lei, le donne chef dovrebbero "riuscire a fare gruppo, cosa che gli uomini fanno più facilmente. Forse, facciamo più fatica anche perché si tratta di allungare la lista di impegni che ti tengono lontana dalla famiglia…".

Cristina Bowerman è arrivata dalla Puglia a Roma, alla stella (su Glass Hostaria) e all’apertura del secondo indirizzo, sostituito adesso da Romeo e Giulietta. Come ci è riuscita? "Perché ho scavato fino a capire che cosa mi sarebbe davvero piaciuto: così, dopo gli studi di giurisprudenza, ho scelto la cucina. Se fai quel che ti piace, lo fai sorridendo, e hai più chance di farlo bene". Insomma, mai fare un lavoro per motivi diversi da questo. La difficoltà? "Sempre la stessa: la gente pensa ancora che ci siano modi di cucinare da uomo e modi da donna. Ma se è questione di genere, allora dovremmo parlare anche di cucine LGBT. Giusto"?

Marianna Vitale 
Per Caterina Ceraudo, stellata al Dattilo, ristorante di famiglia a Strongoli (Crotone), il problema sono gli orari: "Lo vedo con mia sorella, che lavora con me e ha figli. Ma i tempi sono un po’ cambiati, questo mi consola".
Infine, ma la lista delle brave chef è molto più lunga, una tagliente Marianna Vitale, laureata e cuoca stellata del Sud a Quarto (Napoli): "Per fortuna si parla sempre meno di questa contrapposizione tra donne e uomini chef. Io lavoro bene anche con gli uomini, senza problemi. Da me lavorano poche donne. Perché? Perché non si propongono. Non vogliono stare in cucina, si autoescludono. Ma quando lo fanno, producono di più".