La mappa

Non toccate questi pozzi: trattengono 139 miliardi di tonnellate di carbonio

Non toccate questi pozzi: trattengono 139 miliardi di tonnellate di carbonio
Dall'Artico all'Amazzonia, dal Congo al Borneo, queste riserve naturali di CO2 sono messe in pericolo da deforestazione, aumento delle temperature e incendi. Ma vanno difese per evitare una catastrofe climatica
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Sulla Terra ci sono dei veri e propri "pozzi di carbonio" naturali. Pensiamo, per esempio, all'Amazzonia o alle foreste tropicali in Africa o ancora al permafrost nell'Artico, terreni che accumulano e hanno accumulato ampie quantità di anidride carbonica sottraendola all'ambiente. Aree che, un po' come delle bombe a orologeria, se non opportunamente gestite e preservate, potrebbero "esplodere", causando una vera e propria catastrofe climatica. Oggi alcuni istituti di ricerca statunitensi, fra cui la no-profit Conservation International ad Arlington, hanno creato una mappa mondiale di questi grandi serbatoi che devono essere difesi. I risultati e la mappa, pubblicati su Nature Sustainibility, possono guidarci a capire come gestire meglio questi territori.

Cos'è il carbonio irrecuperabile

Dall'Amazzonia alla foresta di sequoie giganti in California, dal Sud-est asiatico alle foreste tropicali del bacino del Congo fino a quelle del Borneo, dal Canada orientale alla Siberia occidentale: sono alcune delle più grandi e vaste riserve di carbonio, messe a fuoco nella mappa, che oggi sono intaccate dai cambiamenti climatici, dalla deforestazione e dallo sfruttamento sempre più ampio dei territori.


Gli autori definiscono queste riserve "irrecuperabili": l'uso di questo aggettivo è collegato al fatto che si tratta di aree ed ecosistemi che, qualora danneggiati, non potrebbero essere ripristinati in tempo utile per contrastare le importanti conseguenze dovute ai cambiamenti climatici. In questo caso, infatti, andremmo in debito nel carbon budget - ovvero il bilancio della CO2  che quantifica quanta ancora ne possiamo immettere prima di superare il limite degli 1,5 °C in più rispetto alla temperatura preindustriale. Nello studio il carbonio irrecuperabile è definito come tutto quello la cui perdita e immissione nell'ambiente non potrebbe essere recuperata entro 30 anni, nel 2050, anno in cui secondo l'impegno della Cop26 dobbiamo aver raggiunto l'obiettivo zero emissioni.

I risultati

I ricercatori hanno esaminato i dati delle concentrazioni di carbonio sequestrato in questi bacini e hanno poi studiato queste zone attraverso immagini satellitari e modelli computazionali. Combinando dati e immagini, hanno prodotto una mappa che svela i punti caldi per l'accumulo dell'elemento.


In colore viola, le aree in cui lo stoccaggio è maggiore sono segnalate con una colorazione più intensa. L'analisi mostra che l'estensione delle zone calde è relativamente ridotta e copre soltanto il 3% della superficie terrestre. In particolare, qualora tutte le riserve fossero danneggiate, avremmo ben 139 miliardi di tonnellate di carbonio irrecuperabile in più nell'atmosfera.

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Si tratta di cifre impressionanti, dato che un rilascio di questo genere farebbe crescere le temperature più degli 1,5 °C al di sopra della temperatura preindustriale. Nel calcolo del carbon budget, infatti, abbiamo un margine per rimanere entro questo aumento della temperatura pari ad altre 109 miliardi di tonnellate di carbonio irrecuperabile. Mentre per rimanere entro i 2 °C il nostro margine sale a 313 miliardi di tonnellate.

I rischi concreti

Già oggi stiamo perdendo molto carbonio. Per esempio, dal 2011 al 2019 agricoltura, disboscamento e incendi hanno contribuito a un rilascio di 4 miliardi di tonnellate di carbonio irrecuperabile. Se tutto continuerà come ora, senza interventi protettivi, potremmo perdere 4,5 miliardi di tonnellate ogni decennio soltanto a causa della deforestazione - una soglia che peraltro farebbe andare in fumo il 10% delle riserve irrecuperabili di carbonio entro il 2050.


A oggi solo il 23% di tutti i pozzi di carbonio sul globo terrestre (che complessivamente contengono 139 miliardi di tonnellate di carbonio irrecuperabile) è inserito in zone protette, e il 33,6% è gestito da comunità locali o indigene. Per questo motivo gli scienziati propongono di "proteggere" o di garantire una gestione sostenibile anche delle aree rimanenti, ancora vulnerabili, che si estendono in un'area di 8 milioni di chilometri quadrati e in cui sono immagazzinate 79,4 miliardi di tonnellate di carbonio.