Biodiversità

Ricci di mare, sono troppi o pochi? Se pescarli lo dice un modello matematico

In alcune zone il loro numero eccessivo minaccia le foreste marine, in altre sono scomparsi con gravi danni agli ecosistemi. Ecco perché a Ischia un workshop internazionale si è concentrato su uno strumento che aiuti a conservarli
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Sono troppi o sono troppo pochi? Stabilire se il numero dei ricci di mare è eccessivo in alcune zone, con gravi danni alle foreste marine, o insufficiente in altre è essenziale per preservare gli ecosistemi sommersi. Ad aiutare le decisioni per il divieto di prelievo sarà ora un sofisticato modello matematico, sviluppato da una task force composta da alcuni tra i principali esperti europei. Il modello matematico potrà suggerire lo 'stop' alla pesca costiera, quando il ridimensionamento della popolazione di Paracentrotus lividus è tale da creare uno squilibrio nella catena trofica, oppure dare semaforo verde se e quando la loro popolazione - complice la pesca massiva di saraghi, nemici numero uno per i ricci di mare - prolifera incontrollata, con effetti potenzialmente anche sugli altri organismi.

Le "mattonelle" stampate in 3D che potenziano gli ecosistemi marini

Il via al progetto è arrivato a Ischia nel corso del workshop "Toward multi-species management of sea urchin in the Mediterranean Sea: between sustainable fishing and marine forest conservation", promosso dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn - Istituto Nazionale di Biologia Ecologia e Biotecnologie Marine. "Siamo partiti dall'idea che in alcune aree del Mediterraneo, per esempio lungo le coste della Spagna, i ricci di mare siano considerati quasi una piaga, mentre altrove - come in Sardegna - sono addirittura quasi estinti n alcune località", spiega il ricercatore Simone Farina, che con la collega Laura Tamburello della Stazione Zoologica Anton Dohrn, con Jordi Boada (Centre d'estudis avancat de Blanes) e Giovanni Romagnoni  (?Leibniz Centre for Tropical Marine Research di Brema) ha chiamato a raccolta sull'isola verde alcuni tra i principali esperti di ecosistemi marini e pesca sostenibile.


"L'obiettivo -  dice Farina - è trovare un giusto punto di equilibrio tra il valore ecologico della specie e la sua redditività commerciale". Perché non basta - o meglio, non serve - imporre un fermo biologico della pesca che non consideri la dinamica di popolazione della specie target. "Nei fondali in cui il cosiddetto 'over fishing' porta all'assenza del controllo naturale da parte dei predatori, i ricci pascolano eccessivamente le foreste marine creando quelli che chiamiamo barrens, le grandi aree improduttive di roccia nuda che ospitano una biodiversità molto bassa", spiega ancora Farina. Il rischio è, dunque, che scompaiano le foreste marine, con conseguenze ecologiche negative (quello che in gergo viene definito come 'effetto a cascata') per diverse specie. "Compresi i pesci commercialmente importanti - aggiunge il ricercatore - che usano questi habitat per la crescita, la riproduzione, il cibo o il riparo. Ne deriva un declino della biodiversità e del funzionamento del sistema, e ovviamente dei servizi ecosistemici che esso fornisce all'uomo". Di qui dunque l'esigenza di mettere a punto uno strumento agile, in grado di aiutare - per esempio - le aree marine protette a intercettare necessità legate agli stati di salute degli ecosistemi, prevedendo eventuali ripopolamenti di ricci di mare o, viceversa, alimentandone la cattura.


Un po' quello che è accaduto, per esempio, con le foreste di kelp lungo le coste degli Stati Uniti, dove il controllo della popolazione dei ricci di mare è diventato essenziale per preservare uno dei "polmoni" più efficaci dell'intero Pianeta, che dal 2014 ad oggi ha registrato un ridimensionamento dell'areale del 95%, secondo i rilevamenti satellitari. Tanto che l'organizzazione non-profit The Nature Conservancy (TNC) per invertire la rotta ha iniziato a esaltare le qualità culinarie dei ricci sottolineandone i potenziali impieghi nel settore della cosmetica, attirando dunque la pesca commerciale e favorendo il ripopolamento dei loro predatori naturali, le stelle marine.

A Ischia, dove ha preso il via il gruppo di lavoro per il Mediterraneo, i ricercatori si sono concentrati sullo sviluppo di una visione olistica della pesca, rivolta sia ai ricci di mare che ai loro predatori, identificando i potenziali limiti e gli attuali ostacoli gestionali, e proponendo nuovi approcci per i sistemi mediterranei, imparando dall'esperienza sviluppata in diverse regioni del bacino occidentale, per esempio Sardegna, Catalogna, Sicilia, Provenza. "Abbiamo dialogato con diverse parti interessate, dai gestori di dipartimenti di pesca ai direttori di aree marine protette - conclude Farina - promuovendo un caso di collaborazione tra manager e scienziati, che potrà essere mutuato da diversi sistemi del Mediterraneo".