Agricoltura
Una fattoria di Weston, Regno Unito (foto: Paul Ellis Afp/Getty Images) 

Quanto inquina davvero la nostra tavola? Nel piatto il 35% dei gas serra

Un nuovo studio su Nature Food analizza l'intera filiera alimentare: dal campo o dalla fattoria fino al trasporto e al consumo. La ricerca quantifica le emissioni per 171 tipi di coltivazioni e 16 prodotti animali in oltre 200 Paesi e 9 regioni

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Di studi sulle responsabilità del settore agricolo relative al riscaldamento globale ne sono usciti molti. Le più autorevoli, come quelle dell'Ipcc e dell'Epa americana, si attestano intorno al 25%. Finora però venivano considerate solo le emissioni relative alla produzione agricola, non all'intero sistema agroalimentare. Venia in questo modo a mancare una fetta importante, quella relativa alla fine del percorso, ovvero alla nostra nutrizione.

 

Un nuovo studio pubblicato su Nature Food ed effettuato da un team internazionale, ha analizzato invece, in tutto il mondo, l'intera filiera: dal campo o dalla fattoria, al trasporto, al consumo. La ricerca quantifica le emissioni per 171 tipi di coltivazioni diverse e 16 prodotti animali, in oltre 200 Paesi e nove regioni, considerando anche diversi tipi di intensità dell'attività agricola, come il tipo di aratura, il modo di piantare, la fertilizzazione, l'irrigazione, la raccolta, la gestione dei residui.

Dal manzo alla frutta: ecco quanto inquina il cibo

"Le differenze tra le varie stime possono dipendere dal fatto che i dati forniti dai Paesi in base alla convenzione sul clima, considerano solo le emissioni sul campo. Non vengono calcolate quelle per la produzione di energia, il trasporto, il consumo a domicilio. Noi abbiamo seguito invece l'intera catena del cibo, fino al consumatore. Il risultato è che la produzione di cibo corrisponde al 35% dei gas serra prodotti, ovvero 17,318 miliardi di tonnellate di gas, e le tre componenti, la produzione in azienda, distruzione degli ecosistemi per creare terre agricole la distribuzione, sono equivalenti", dice Francesco Tubiello, uno degli autori, responsabile per le statistiche ambientali della Fao.

Il contributo maggiore è dovuto ai derivati animali, il 57%. Le piante sono il 29%, i prodotti non alimentari, come cotone e gomma, arrivano al 14%.

La produzione animale contribuisce, con 9.796 miliardi di tonnellate di gas, di cui il 32% per anidride carbonica, 20% per metano, 6% per ossidi di azoto. Il pascolo, che molti ritengono meno invasivo, corrisponde al 21% di queste emissioni. Un  fattore importante è dovuto alla fermentazione intestinale dei ruminanti che arriva al 18%. La responsabilità di maiali e polli è dovuta invece alla distruzione di territori naturali per ottenere nuovi spazi di allevamento e al commercio. La carne di manzo e il latte sono i prodotti che hanno un maggiore impatto. 

Produrre il cibo necessario per mantenerli produce altre 2.450 miliardi di tonnellate di gas, di cui il 23% per semi, in articolare mais, grano e soia, il 12% per foraggi, il 21% per residui, il 42% per i pascoli, il 2% per scarti e altri alimenti. I Paesi che più responsabili delle emissioni animali sono la Cina (8%), il Brasile (6%), gli Usa (5%) e l'India (4%).

Le piante ammontano a 5.209 miliardi di tonnellate di cui il 19% per anidride carbonica, il 6% per metano e il 4% per ossidi di azoto. Il riso è il principale responsabile a causa delle esalazioni di metano. Gli scienziati fanno notare che sebbene l'anidride carbonica abbia la sua importanza, per quanto riguarda la capacità di intrappolare il calore il metano, generato da riso e animali, e il biossido di azoto generato dai fertilizzanti, sono 34 e 298 volte più potenti della CO2. Relativamente ad anidride carbonica e biossido di azoto gli attori principali sono mais e grano.

Per quanto riguarda i vegetali Cina, India e Indonesia sono i maggiori emettitori: il 7,4 e 2%.

I ricercatori hanno poi calcolato anche il consumo, combinando trasporto, immagazzinamento, commercio. I cibi più dannosi sono caffè, tè, banane, agrumi, olio di palma, gomma, canna da zucchero e foraggi perché le regioni tropicali, che stanno aumentando le esportazioni e dunque i viaggi, stanno ricavando sempre più terre coltivate a spese degli ecosistemi naturali, facendo così aumentare le emissioni.

Il Sud America produce molti gas serra a causa delle esportazioni di carne. Il peso dell'Europa deriva dall'importazione di carne e dall'intenso mercato interno.


In generale Asia meridionale e orientale sono i maggiori contribuenti, 23%, anche se hanno le emissioni pro capite più basse e dove quelle dovute agli animali sono inferiori a quelle vegetali. Il secondo emettitore globale è il Sud America, 20 per cento, dove però le emissioni procapite sono le più alte e sono dovute a un'alimentazione animale. Le Nazioni Unite prevedono che la produzione alimentare debba crescere del 70% entro il 2050 per soddisfare l'incremento della domanda dovuta all'aumento della popolazione.

"Sono ottimista. Mentre non possiamo ridurre metano e biossido di azoto perché sono legati alla produzione, possiamo migliorare l'efficienza energetica. E una volta che usciremo dalla dipendenza dei combustibili fossili la situazione non può che migliorare. Possiamo anche intervenire con le tecniche agricole: per esempio nel riso ora si usa il sistema dell'acqua alternata che riduce l'apporto di metano. Dobbiamo anche smettere di distruggere gli ecosistemi e soprattutto non conteggiare la loro protezione come credito nelle compensazioni del carbonio. Certamente però si può anche cambiare la dieta e la scelta dei prodotti: negli ultimi trent'anni è aumentato drasticamente il ricorso a supermercati e a precotti e congelati. Ma chi consuma deve essere responsabile alla pari di chi offre il servizio," conclude Tubiello.