Gli itinerari del cicloturismo

In bici tra le bellezze di Castelluccio di Norcia ferite dal terremoto

Un percorso impegnativo fino a 1496 metri di altezza nella natura incontaminata. E nei paesi che portano ancora i segni del sisma è d'obbligo una sosta per comprare le lenticchie e i prodotti locali

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L’Umbria potremmo definirla una Toscana ancora vergine: meno turistica, meno affollata, ma con zone non meno belle della “sorella maggiore” confinante. Ancora in parte selvaggia, l’Umbria rivela tesori nascosti e sorprendenti. Il nostro itinerario si svolge nella zona dei Monti Sibillini, spartiacque appenninico con le Marche. Una zona che ci riporta immediatamente al sisma del 2016: paesi e strade, qui, ne portano i segni. Crepe nei muri, chiese divelte, crateri aperti nel terreno.

Apprezzare e scoprire, pedalando, queste bellezze ferite diventa allora anche un viaggio simbolico. Un omaggio doveroso a una terra meravigliosa e sfortunata, di quelli che solo la bicicletta sa regalare.

Il nostro itinerario parte da Triponzo, nel cuore della Val Nerina (dal nome del torrente Nera che l’attraversa) e ci porterà fino a Norcia, uno dei gioielli della regione. È un percorso impegnativo, adatto soprattutto agli scalatori (ci sono punte del 12%) e a chi ama faticare in salita. L’e-bike, come al solito in questo genere di percorsi, è una valida alternativa: nella vita non è obbligatorio essere grimpeur di razza. Consigliamo la bici da corsa o da turismo (ovviamente con marce): qui le ruote grasse non servono, l’itinerario si svolge tutto su strade asfaltate, sfruttando provinciali e vie secondarie, quasi sempre poco trafficate. In tutto, l’itinerario misura 74 chilometri per un dislivello di circa 1600 metri. Numeri che parlano chiaro: la pianura qui, praticamente, non esiste.

 

Da Triponzo a Castelsantangelo sul Nera, senza accorgersene, si coprono già 300 metri di dislivello. La notizia buona è che vi sentirete ancora in forma smagliante, quella cattiva è che vi manca ancora la vera salita. Questo era solo un banale antipasto. A Castelsantangelo, già in territorio marchigiano, la musica cambia. Inserite un rapporto agile e mettetevi il cuore in pace. Vi attendono 10 chilometri con il naso all’insù: la pendenza media è del 7%, la massima del 12%. È la salita che conduce alla misteriosa e affascinante Forca di Gualdo. Lì si toccano i 1.496 metri di altezza, e saremo nel cuore del Parco Naturale dei Monti Sibillini. Un luogo di rara bellezza, dove la natura, ancora selvaggia, si riprende con gli interessi lo spazio che l’uomo le ha rubato.

La strada disegna ampi tornanti lungo un altopiano da cui si ammirano le creste più alte degli Appennini della zona, che qui superano i 2400 metri di quota. Davvero viene da chiedersi cosa abbiano da invidiare alle Alpi.

Nemmeno il tempo di porsi la domanda e si torna a salire, seppure solo per un breve tratto, fino a un piccolo paese, arroccato su un colle: è Castelleccio di Norcia. Borgo incantato che domina l’altopiano con sguardo torvo e paterno allo stesso tempo. Guardatevi attorno, mentre comprate magari un sacchetto di lenticchie da uno dei numerosi container che, dopo il sisma, ospitano i venditori di prodotti locali.

Da qui in avanti si apre la celebre piana di Castelluccio. Un’area appenninica assolutamente particolare e rara, forse unica nel suo genere: qualcosa di simile (e, non a caso, non lontano da qui) si trova in Abruzzo, a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Zone vergini e ancestrali di un’Italia poco nota al turismo di massa.

Godetevi i giochi cromatici del Piano Grande (dopo un breve strappo nuovamente in salita): qui, a giugno, si assiste a uno spettacolo indimenticabile che vi riempirà gli occhi e anche l’anima. È quello della “Fiorita”: la fioritura delle lenticchie. Il viola, il rosso, l’ocra dominano la scena, ma se ci si avvicina ai fiori si scoprono infinite altre sfumature. La strada taglia letteralmente in due la piana, come una linea retta, dritta verso l’orizzonte. La fioritura è una sorta di piccolo miracolo di San Gennaro in quota: si ripete ogni anno, anche quando sembra impossibile che accada. E, forse, andando oltre i dolori recenti di questa terra, sembra indicare anche la direzione da prendere.

Una volta giunti alla fine del Piano Grande (che è anche la “cima Coppi” del nostro itinerario con i suoi 1517 metri d’altezza), è tempo di coprirsi: indossate una mantellina antivento e tuffatevi nella lunga e tortuosa discesa verso Norcia: 20 chilometri dove avrete tempo per ritemprarvi e recuperare energie. Vi aspetta il piccolo gioiello umbro e uno dei “borghi più belli d’Italia”, ma anche, purtroppo, vittima-simbolo del sisma del 2016. La chiesa di San Benedetto (la cui struttura è tardo- trecentesca) giace nella piazza centrale stremata e mutilata: è stata fotografata e ripresa da tutti i media e vista in ogni telegiornale in quei giorni tremendi.

Sì, la chiesa di Norcia ha perso il corpo. Ma non l’anima e, soprattutto, non il cuore. Quest’ultimo pulsa ancora: resta in piedi infatti la facciata, monumento alla forza e alla resilienza della bellezza italiana. Termina qui, davanti a questo luogo simbolo, anche il nostro percorso. Un piccolo omaggio, silenzioso e a due ruote, a una meraviglia ferita ma ancora viva. Avrete fatto fatica, certo. Forse persino più del solito. Ma dopo vi sentirete decisamente meglio. La bellezza aiuta.

Distanza: 74 km

Dislivello: 1600 m ca.

Tempo di percorrenza: 5 ore ca.

Dove: da Triponzo a Norcia (PG), altitudine massima 1517 metri (Valico dopo Piano Grande)

Livello: difficile

Bici: da corsa o da turismo (percorso interamente su strade asfaltate)