Vivere green

Turismo outdoor, una guida anche per l'abbigliamento: come scegliere pensando alla natura

Fibre riciclate e riciclabili, abolizione delle sostanze tossiche, capi facilmente riparabili: i marchi di punta dell'abbigliamento sportivo puntano sulla sostenibilità. E acquistare o noleggiare attrezzatura rispettosa dell'ambiente è sempre più facile
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Tempo di vacanze, tempo di avventure nella natura. Scarponi, magliette tecniche, impermeabili (ma ora si chiamano “shell”), kit da ferrata, canoe, corde, scarpette d’arrampicata. Gli armadi si riempiono di vestiti e attrezzature, che spesso vengono usati solo per una vacanza – per poi tornare inevitabilmente all’ombrellone. Oppure diventano una spesa importante per chi si fa catturare dalla passione e si compra tutto il necessario. Top di gamma, naturalmente.

La riscoperta passione per l’outdoor, indotta anche dai lockdown forzati, ha creato un vero e proprio boom di vendite. Un mercato che però essendo parte dell’abbigliamento è notoriamente molto impattante: tessile e moda sono responsabili dell’8-10% delle emissioni globali di carbonio, del 24% dell’impiego di insetticidi e dell’11% di pesticidi. Per ovviare agli impatti ambientali, le grandi firme dell’abbigliamento outdoor, da sempre attente a posizionarsi in una fascia elevata in termini di sostenibilità, hanno iniziato a rivoluzionare prodotti e modelli di business.

Brand come Patagonia, Salewa, Garmont, La Sportiva, puntano sempre più su fibre riciclate e riciclabili, nuove tipologie di materiali di origine vegetale come la canapa, abolizione totale l’uso di sostanze tossiche come PFC (perfluorocarburi), realizzazione di capi durevoli e facilmente riparabili, riduzione delle emissioni lungo tutta la filiera. «Se in passato la sostenibilità costituiva un trend importante ora è divenuta una forza trainante destinata a durare, sia dal punto di vista della produzione sia di quello dei consumatori», spiega Tara Maurer, vicepresidente internazionale del settore Business Development, Outdoor Sports & Athleisure di PrimaLoft, azienda leader dei tessuti sportivi sostenibili, a Repubblica. «Il mercato dell’outdoor e dello sport è da lungo tempo leader nell’innovazione della produzione sostenibile, e continuerà a essere tale perché questo settore lavora per proteggere la natura e le attività che promuove». A riprova, PrimaLoft ha lanciato Bio, il primo tessuto isolante per l’abbigliamento outdoor riciclabile al 100%, creato interamente da materiale riciclato dopo il consumo (bottiglie in Pet), che si scompone in elementi naturali in specifiche condizioni ambientali, nelle discariche, nelle acque di scarico o nell’acqua del mare.

I neomateriali della moda circolare

Meglio la lana merino o le fibre che usano plastica riciclata? In un negozio specializzato non è facile orientarsi per scegliere il capo che fa per noi (in base alla sudorazione, sopportazione del caldo/freddo, elasticità). Men che meno capire quale marchio è il più sostenibile. «È importante scegliere fibre di origine naturale. Una delle nuove frontiere è la bio-fabbricazione, la produzione di prodotti costruiti o coltivati interamente con materiali organici, che sono quindi biodegradabili al 100%», spiega Mario Bonaccorso, esperto di bioeconomia e fondatore del blog ilbioeconomista . Certo non si parla solo di cotone o lana (oggi per altro facilmente riciclabili). «Adidas, in collaborazione con il produttore tedesco di fibre Amsilk, ha lanciato sul mercato la prima scarpa da ginnastica che riproduce la tela tessuta dai ragni. Il suo nome è Futurecraft Biofabric ed è composto da Biosteel, tessuto simil-seta. Altre società, come Puma, con la collezione inCycle usano polimeri biodegradabili oppure materie plastiche di origine vegetale come I’m Green Eva, etilene vinil-acetato da usare per calzature e abbigliamento sportivo prodotto dalla brasiliana Braskem».

Lavorazione della canapa 

Un altro materiale che ha fatto un grande ritorno sulla scena dei vestiti outdoor è la canapa. Salubre, traspirante e sostenibile, marchi come l’altotesina Salewa hanno recentemente dedicato numerosi nuovi capi delle loro collezioni. “La canapa – spiega Alexandra Letts, del gruppo Oberalp, che controlla Salewa – ha delle ottime proprietà da un punto di vista tecnico, è un materiale robusto ed eccezionale a livello ecologico. Si pensi, infatti, che non ha bisogno né di tanta acqua né di pesticidi ed è in grado di rigenerare il suolo”. Ma Oberalp pensa anche alla filiera. Sta infatti re-introducendo la coltura della canapa un tempo diffusissima in Italia, sostenendo cosi la propria catena di fornitura. Largo alla canapa anche per Osprey, azienda leader nella produzione di zaini da trekking di eccelsa qualità. Dal 2021 infatti ha lanciato la prima linea di zaini tecnici prodotti in canapa e poliestere riciclato. Oggetti non certo economici, ma fatti per durare molto a lungo e assolutamente sostenibili. «Osprey vuole diventare il brand di prodotti outdoor più sostenibile – spiega un portavoce dell’azienda – «con un forte focus sui materiali e su un uso attento della chimica e un forte senso di responsabilità sociale”.

Riparare, la nuova frontiera del consumo consapevole

Per chi usa giacche, pantaloni, scarpe per avventure memorabili, che sia la scalata del Cevedale o un lungo giro nella foresta del Laos, molti capi outdoor hanno importanti memorie ad essi collegati. Decidere di ripararli però non è solo un modo per preservare oggetti a noi cari, ma anche un modo per aiutare il pianeta. Secondo la consulente di moda Pamela Ravasio, di  Shirahime Advisory, «estendere la vita dell'abbigliamento di soli nove mesi di uso attivo (l'equivalente di una o due stagioni di utilizzo, n.d.r.), potrebbe ridurre il carbonio totale emesso, i rifiuti e impronta idrica, di circa il 20-30% In altre parole: se ogni appassionato di outdoor conservasse la propria giacca, pantalone, intimo, solo per una o forse anche due stagioni in più, ciascuno di questi indumenti compenserebbe in quel tempo un terzo dell'impronta di produzione di un nuovo capo». Non solo perché non riparare quei prodotti difettosi, che per una cerniera, una macchia, un taglio vengono spesso trasformati in rifiuto?

Anche in questo, sempre più brand hanno deciso di industrializzare i processi di riparazione e farne una bandiera del proprio marchio. Come Patagonia, che ha infatti investito massicciamente nella riparazione e nell’upgrading dei propri prodotti grazie al progetto Worn Wear Project, che spazia dalla realizzazione di guide sulla cura e riparazione dei prodotti, al cosiddetto trade-in for repair. Ossia compra, usa, restituisci e ottieni un credito per comprare poi un altro indumento usato. Per rendere popolare il concetto di riparazione, il brand americano ha portato a spasso vari furgoni Worn Wear, dei veri laboratori mobili, posizionati in festival, fiere e competizioni sportive per riparare gratuitamente prodotti di tutti i tipi, indipendentemente dalla marca, permettendo alle persone di assistere dal vivo al processo. Marchi come Exped o maglificio Collingwood-Norris, hanno messo invece a disposizione sui propri siti e social media le istruzioni per la riparazione, non solo per i propri clienti ma a chiunque sia interessato. Produttori di scarpe come la trentina La Sportiva offrono risuolature e manutenzione tramite centri autorizzati con un servizio ben più specifico del classico ciabattino.

L'equipaggiamento da noleggiare

Nell’economia circolare il prodotto-come-servizio è un modello innovativo di business, per cui non si paga il possesso del bene ma il suo uso. Quanti capi infatti usiamo solo per pochi giorni all’anno e rimangono inutilizzati negli armadi? Dunque, invece che possedere capi o attrezzatura outdoor, principianti e curiosi possono affittare il necessario. Il business del noleggio non è certo una novità. Dagli sci all’attrezzatura da ferrata in molti luoghi di montagna è una prassi consolidata da decenni. Oggi però, nell’epoca delle app, stanno moltiplicandosi le piattaforme di condivisione come l’americana Arrive, dove si può prendere a noleggio dalle canoe alle tende da alpinismo. Un nuovo mercato che anche i grandi retailer hanno preso di mira.

Compagnie come la tedesca Globetrotter, i francesi di Decathlon, gli americani di REI hanno aperto divisioni “rental” nei propri negozi, dove prendere in prestito attrezzatura e capi di ogni genere. Ora però a volere la propria fetta tocca ai brand stessi. Fjällräven, marchio svedese noto per il logo con la volpe artica acciambellata, ha iniziato a noleggiare tende, zaini da escursione, sacchi a pelo di altissimo livello nei suoi negozi e in quelli della catena Naturkompaniet. Secondo Philipp Kloeters, PR di Fjällräven «il noleggio è un’ottima alternativa al possesso di cose che potrebbero essere usate solo poche volte all’anno. Per garantire la qualità dei capi sono state realizzate procedure apposite di gestione e la cura dei capi, e lavoriamo a stretto contatto con i negozi partner per assicurarci che i prodotti siano ben mantenuti e pronti per la prossima avventura. Da un punto di vista industriale il possesso dei capi rimane in mano alle aziende stesse che possono sia ripararli più facilmente che gestire correttamente il finevita riutilizzando componenti e riciclando i tessuti. Un modello davvero circolare.