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I Paesi dove si muore per l'ambiente

Colombia, Brasile e Perù tra i 17 Paesi dove si rischia di più la vita per le battaglie in difesa del Pianeta. Nel 2020 sono 225 le persone che sono state assassinate perché determinate a preservare la terra e i luoghi ancestrali delle loro popolazioni
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Martiri dell’ambiente. Nella maggior parte dei casi sono contadini o capi di comunità indigene, ma anche attivisti, avvocati, sindacalisti. In tutto sono 225 le persone che nel 2020 sono state assassinate perché determinate a preservare la terra e i luoghi ancestrali delle loro popolazioni. Una cifra che segna un triste primato e che supera il numero di vittime del 2019 definito l’anno nero dei difensori dell’ambiente.

La pandemia di Coronavirus ha esasperato le dinamiche che negli anni hanno contrapposto le popolazioni autoctone e i governi dei paesi che si basano sullo sfruttamento delle risorse ambientali.  Stando ai dati dell’ong irlandese Front Line Defenders, sono 17 i Paesi dove sono stati uccisi degli ambientalisti. La maggior parte sono concentrati in America Centrale e Meridionale, ma c’è un unico stato che conta più della metà delle vittime globali: la Colombia.

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L’escalation di omicidi (raddoppiati rispetto al 2019 quando a morire erano stati 64) sembra inarrestabile ed è figlia degli accordi di pace del 2016 e della smobilitazione delle Farc. Nel Paese, infatti, si stanno affermando gruppi armati che colmano il vuoto lasciato dal governo, incapace di affermarsi e controllare aree estese di territorio. Inoltre, la pandemia e quindi l’impossibilità di spostarsi hanno reso ancora più vulnerabili gli attivisti a rischio ai quali spesso Bogotà ha negato una protezione.

Il risultato è un’ecatombe. Ad essere eliminati sono stati soprattutto contadini e capi di comunità indigene che si sono battuti per arginare l’estrattivismo e l’inquinamento da questo derivato. Ma anche per rivendicare l’attuazione di uno dei capitoli del processo di pace ossia la conversione di terreni agricoli, ad oggi usati per le colture di coca e in mano ai narcotrafficanti, in coltivazioni necessarie per il fabbisogno delle comunità.

Gli stessi gruppi armati hanno imposto periodi di quarantena e limitato la mobilità per controllare meglio le azioni di interi villaggi. L’associazione colombiana Programa Somos Defensores ha riportato un aumento del 61% delle uccisioni rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: di questi omicidi il 48% è avvenuto durante un periodo di restrizioni. In risposta a questo bagno di sangue, il governo ha aumentato la presenza dei militari nei territori più critici. Una mossa che si è rivelata controproducente e che al contrario ha alimentato la spirale di violenza ai danni delle popolazioni e attivisti.

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Restando nell’area sudamericana, il Brasile e il Perù sono i Paesi che dopo la Colombia registrano il numero maggiore di omicidi. Nel primo caso, così come in altri paesi del continente, le aree amazzoniche sono state abbandonate a se stesse.  Così, isolate e senza accesso alle vie di comunicazione, le nazionalità indigene hanno subìto numerosi decessi a causa del covid, anche tra gli attivisti. Non sorprende quindi che il numero di ambientalisti e leader di comunità uccisi violentemente in Brasile sia diminuito di molto rispetto al 2019. Al contrario il Perù ha visto aumentare vertiginosamente il numero di vittime. Sono 14, mentre nell’anno pre-pandemia il conteggio si era fermato ad un unico nome.

Un’area altrettanto pericolosa per chi si batte per la terra e la sua protezione è l’America centrale. In Guatemala, Messico e Honduras sono morti più di trenta attivisti. L’Honduras è tornato a far parlare di sé di recente in seguito alla condanna di Roberto David Castillo, proprietario dell’impresa Desa, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Berta Cáceres, ambientalista uccisa nel 2016 impegnata nella lotta contro la creazione della diga idroelettrica di Agua Zarca. L’opera avrebbe allagato le terre dei nativi privandoli della loro fonte di sostentamento.

Honduras. In memoria di Berta Cáceres (foto: Orlando Sierra/Afp via Getty Images) 

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Il governo di Duterte non solo non protegge, ma sta alimentando un clima da “caccia alle streghe” contro coloro che si schierano contro l’estrattivismo selvaggio nelle poche foreste vergini ancora rimaste e a favore della conservazione dei territori ancestrali delle popolazioni. L’arcipelago è una delle zone più colpite dai cambiamenti climatici al mondo, ma nonostante il pericolo, Manila non ha nessun piano per la protezione ambientale e la riduzione di emissioni. Chi prova ad alzare la voce viene etichettato come “comunista” o “terrorista”. Un accusa non da poco soprattutto in seguito all’emanazione dell’Anti Terrorism Act, una legge dai contorni molto ambigui che lascia spazio a interpretazioni e che viene usata come spauracchio per chiudere la bocca a chi denuncia la distruzione dell’ecosistema.
 

Ma ci sono anche Cina, India, Indonesia, Nepal, Sudafrica e Thailandia nella lista dei Paesi che nel 2020 hanno visto versare sangue di ambientalisti e capi indigeni. Una lista che si allunga di anno in anno anche a causa del silenzio di molti e dall’azione di governi che preferiscono zittire le voci del dissenso e tutelare un profitto sul breve periodo a discapito del Pianeta.