OSSERVATORIO CLIMA - VISTO DALL'ESTERO
Un'ondata di gelo anomala a Chicago, Illinois, Usa ( (Scott Olson/Getty Images) 

Non siamo ancora pronti per la fine del mondo

Costruire infrastrutture non basta. E' sempre più urgente una politica in grado di dare voce alla geofisica e di aiutare le nostre comunità a prepararsi in vista del futuro per fare fronte alle calamità naturali

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I disegni di legge per le infrastrutture che si stanno approntando al Congresso saranno il primo banco di prova della capacità effettiva dell’Amministrazione Biden di legiferare in merito al cambiamento del clima. Buona parte dell’attenzione sarà puntata su come infrastrutture più rispettose dell’ambiente riusciranno a diminuire drasticamente le emissioni di gas serra.

 

In ogni caso, occorreranno decenni prima di ottenere le enormi riduzioni di emissioni indispensabili a livello globale. Nel frattempo, le emissioni continueranno e così pure il riscaldamento del clima. Ecco il motivo per cui la nazione ha una posta in gioco così alta nel rafforzare le comunità, promuovere la realizzazione di autostrade, linee ferroviarie, sistemi idrici e altro ancora in grado di reggere alle devastanti conseguenze del riscaldamento del clima, compresi uragani sempre più violenti, alluvioni, livelli del mare in aumento, siccità e incendi indomabili. Dovremo migliorare anche la gestione delle calamità naturali legate al clima, sempre più frequenti.


Nei decenni, la nostra spesa per le infrastrutture e i soccorsi in caso di calamità naturale si è adeguata più all’opportunità politica che alle realtà geofisiche del clima. Costruiamo strade e proteggiamo gli edifici nelle località più esposte; sovvenzioniamo le polizze assicurative per le abitazioni soggette ad allagamento e per anni abbiamo fatto di tutto per non aggiornare le carte geografiche delle assicurazioni che avrebbero permesso al governo federale di fissare tassi in rapporto diretto con i pericoli reali. Quando le comunità sono devastate dalla Natura, la nazione contribuisce a pagarne la ricostruzione, spesso identica all’infrastruttura distrutta e nello stesso posto, dunque soggetta a essere colpita una seconda volta dalla catastrofe successiva. Radi al suolo, allaga, incenerisci – ricostruisci e ripeti.


In verità, non deve stupire che a influire sulle decisioni di Washington sia la politica e non la geofisica. Adesso, però, si rende indispensabile una strategia politicamente brillante e competente, in grado di dare voce alla geofisica e di aiutare le nostre comunità a prepararsi in vista del futuro.

Alcuni studi risalenti a qualche decennio fa hanno dimostrato, per esempio, che i coltivatori e i manager delle grandi città che si preparano per un clima in evoluzione riescono, in certa qual misura, ad ammortizzarne i traumi. Al contrario, i sussidi per le calamità e le polizze sovvenzionate contro le alluvioni sono politiche che possono portare a risultati opposti: invitano le persone a investire in situazioni di pericolo e ci rendono meno pronti ad affrontare una calamità, come diventerà sempre più frequente in un mondo sempre più caldo.

Il passaggio della tempesta Dennis a Hereford, England, Regno Unito, nel 2020 (Christopher Furlong/Getty Images) 

Abbiamo setacciato i dati degli esperti e del governo e abbiamo estrapolato dalla tabella ottenuta quello che il governo federale spende per le calamità legate al clima, comprese le infrastrutture e le assicurazioni. In seguito, abbiamo quantificato quale rapporto vi sia nella spesa tra “ricostruire come prima”, come si fa comunemente dopo un disastro, e investire per rendere le nostre infrastrutture più resilienti.


Dal nostro studio abbiamo appurato che il governo federale spende circa 46 miliardi di dollari l’anno in aiuti per la ripresa dalle calamità, ovvero sette volte di più di quanto investa in resilienza. (A seconda del metodo usato, questo rapporto potrebbe arrivare a 40 a 1.) Il fatto che nessuno conosca con precisione queste cifre mostra perché la nazione debba fare un bilancio delle spese per le infrastrutture e gli aiuti per le calamità dall’ottica della resilienza. Al tempo stesso, il National Climate Assessment, voluto dal Congresso e preparato dai climatologi ogni quattro anni per determinare le vulnerabilità nel Paese legate al cambiamento del clima, deve saper guardare oltre quello che profilano gli scenari più spaventosi per valutare con precisione in che modo le politiche governative e gli investimenti privati stiano incrementando o attenuando le possibili conseguenze del riscaldamento globale.  


La resilienza è importante perché è impossibile isolare il Paese dalle ripercussioni del cambiamento climatico. Nelle infrastrutture e nelle proprietà personali si investono decine di migliaia di miliardi di dollari, e molti di più se ne investiranno in futuro. Il denaro federale rappresenta soltanto un quarto degli investimenti nazionali nelle infrastrutture pubbliche, ma le modalità di spesa di quel quarto influiscono fortemente su come il resto del Paese investe e si comporta.

Dirottare il denaro federale verso la resilienza, invece che limitarsi a ricostruire ciò che è stato distrutto, sarà difficile. Tuttavia, più aspetteremo più diventerà complicato, perché i costi legati al cambiamento del clima continuano ad aumentare.

Sempre più persone vivono in località molto esposte a condizioni meteorologiche estreme che non faranno che peggiorare con il cambiamento del clima: luoghi già molto caldi, comunità lungo le coste esposte a tempeste e posti in mezzo o nei pressi di foreste soggette sempre più facilmente a incendi indomabili. Per esempio, il Grande Uragano di Miami del 1926 oggi provocherebbe perdite assicurate di 128 miliardi di dollari, che farebbero sembrare irrilevanti tutti i più terribili uragani degli ultimi tempi.

L’anno scorso negli Stati Uniti 94 enormi catastrofi naturali – forti uragani, siccità, incendi indomabili e allagamenti, oltre ai terremoti – hanno provocato perdite coperte da assicurazione per 74 miliardi di dollari. Nei prossimi trent’anni, soltanto con gli uragani il cambiamento del clima potrebbe accrescere di un quinto le perdite annuali nel Paese, come si legge in una nuova analisi di AIR Worldwide, una società di modellizzazione dei rischi. (Avviso: dopo la pubblicazione dell’analisi, AIR ha assunto Gesick per mansioni non correlate a ciò, ndr)

Chiunque sia coinvolto da vicino negli aiuti e nei soccorsi alle infrastrutture e alla popolazione durante le calamità sa che è indispensabile apportare cambiamenti. Quando i vari comuni sulla linea del fronte prendono capitali in prestito per le infrastrutture, nessuno presta attenzione al cambiamento del clima, in parte perché tutte le persone maggiormente coinvolte, investitori inclusi, si aspettano un salvataggio in extremis in caso di calamità. La Federal Emergency Management Agency ha molte buone idee, tra le quali mappature più intelligenti e stanziamenti di fondi destinati a sussidi che possono rendere le comunità più resilienti. Abbiamo anche riscontrato un sostegno bipartisan crescente per molte di queste riforme, compreso il recentissimo disegno di legge per modificare gli aiuti in caso di calamità approvato dal Congresso nel 2018.

Quando le buone idee incontrano la politica, però, paiono subito destinate a spegnersi per mano di nemici potenti, per esempio l’aggiornamento delle polizze assicurative in caso di alluvione (impopolari nel nord-est, come si è visto di recente) o lo stop alle eccellenti ricostruzioni dopo il passaggio degli uragani (impopolari in buona parte del sudest lungo la costa). Una soluzione, per il Congresso, potrebbe essere quella di seguire il copione usato in passato per chiudere le basi militari, quando chiusure graduali avrebbero portato alla morte politica. Come già fece per la chiusura delle basi, il Congresso adesso dovrebbe creare una commissione apposita e incaricarla del lavoro di predisporre un pacchetto di interventi in grado di aumentare la resilienza climatica suddividendo i sacrifici, così da mettere la nazione nella posizione di resistere alle calamità naturali che di sicuro si presenteranno.

Dobbiamo prepararci, politicamente, in vista delle prossime catastrofiche calamità, e non soltanto perché la nazione deve riprendersi, ma anche perché l’opportunità politica per procedere alle riforme si è aperta adesso. Per esempio, dopo che nel 2012 l’uragano Sandy infuriò nel nordest e in altri stati, infliggendo danni per quasi 75 miliardi di dollari, il Congresso ne pagò 58 e il rapporto di 7 a 1 tra spese per ricostruire e spese per la resilienza precipitò a circa 2 a 1. Nello stesso modo, agli uragani che nel 2017 devastarono Houston e Portorico fece seguito nel 2018 il Disaster Recovery Reform Act, che preparò il terreno per l’innovativo programma Building Resilient Infrastructure and Communities, imperniato perlopiù sulla resilienza, con finanziamenti destinati ad aiutare alcune comunità a mettersi al riparo dal pericolo.

Non sarà mai la geofisica a dettare l’agenda a Washington, ma una strategia politica intelligente potrà darle una voce più forte. Ciò non avverrà mai troppo presto, mentre il pianeta continua a surriscaldarsi. Da tempo è fondamentale spendere di più per le infrastrutture, ma a questi nuovi investimenti devono accompagnarsi gli incentivi giusti, così che non accada di aggravare sbadatamente i pericoli del riscaldamento climatico.

David G. Victor è professore di organizzazione industriale e climatologia all’Università della California di San Diego e professore associato nonresident presso il Brookings Institution, dove dirige un progetto che analizza in che modo il cambiamento del clima influirà sui mercati finanziari.
Sadie Frank è stata assistente ricercatrice presso Brookings.


Eric Gesick è visiting scholar presso l’Institute on the Environment dell’Università del Minnesota ed è stato responsabile del controllo conformità di Axis capital, un’agenzia internazionale di assicurazioni.


Traduzione di Anna Bissanti
© 2021, The New York Times