Il film

Fathom, due biologhe e un regista: "Il canto delle balene ci dice che non siamo soli"

In viaggio dall'Alaska alla Polinesia con le biologhe Ellen Garland e Michelle Fournet per ascoltare la "colonna sonora degli Oceani". L'affascinante mondo delle megattere e del loro linguaggio è raccontato nel documentario in uscita su AppleTv+ il 25 giugno. Il regista: "In qualche modo sono i nostri antenati. C’è molto da imparare"

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Il canto delle balene è la colonna sonora degli oceani. Grazie al film documentario Fathom – in profondità, selezionato al Tribeca Film Festival e dal 25 giugno su AppleTv+, possiamo ascoltare la musica delle megattere, cetacei capaci di comunicare attraverso questi misteriosi e bellissimi suoni. Le due scienziate che da anni lavorano per studiarne il significato, le dottoresse Ellen Garland e Michelle Fournet, sono le protagoniste del viaggio che il regista Drew Xanthopoulos ha fatto da un capo all’altro del Pianeta per raccontarne la passione, il duro lavoro, la resilienza in un settore che ha pochissimi finanziamenti.

"Fathom - In profondità", ascoltando il canto delle balene

A loro, collegate da dalla Scozia e da New York, abbiamo chiesto di sintetizzare il loro lavoro. “Io studio come le megattere comunicano fra loro – dice la dottoressa Fournet – e in particolare lavoro sul funzionamento del cosiddetta chiamata “whup”. Per farlo invio un suono alla balena per vedere come  risponde come se fosse un suo simile a parlarle. Lo studio ha lo scopo di capire se questo tipo di suoni hanno la funzione di contattare un altro animale e se riescono ad identificarsi individualmente tramite un richiamo”.

“Io sono al lato opposto della scala della comunicazione – spiega la dottoressa Garland – sono interessata al complesso dei suoni  e a quello che si suppone essere il richiamo maschile di questo tipo di balena. I maschi cantano, come gli uccelli, delle canzoni veramente complicate e il nostro lavoro mira a comprendere la funzioni di queste canzoni ovvero se hanno scopo riproduttivo, se sono rivolte alle femmine o ad altri maschi.  E poi c’è l’aspetto che riguarda la cultura perché le balene imparano le canzoni socialmente da altri simili, queste finiscono per creare l’identità di una popolazione e noi stiamo studiando come queste canzoni viaggiano attraverso l’Oceano”.

Dall’Alaska alla Polinesia francese lo spettatore è con loro su piccole imbarcazioni a condividere l’entusiasmo per la conferma di una teoria o la delusione per un problema tecnico. Insieme nello scoprire il mistero di queste creature così misteriose. Abbiamo intervistato il regista Drew Xanthopoulos.

Cominciamo dal titolo, cosa significa "Fathom"?

"Fathom è una misura di profondità che corrisponde a sei piedi (1.8 metri, ndr) ma ha anche un altro significato. Credo che incarni un modo di pensare, una mentalità che abbraccia le esperienze profonde, piene di sfide e probabilmente un po’ estreme. Da un punto di vista concettuale è un po’ come raggiungere le stelle e spero che la nostra storia, che parla di quello che la scienza e gli scienziati fanno per la gente, dia questo senso di profondità".

Come è avvenuto l’incontro con le dottoresse, si conoscevano già prima del film?

"Si conoscevano anche perché sono delle superstar nel loro ambito ma si erano incontrate soltanto una volta, in parte anche a causa del Covid. Io ho conosciuto Michelle Fournet tramite un’amica comune, non c’era ancora l’idea di inserirla nel documentario, l’ho incontrata perché ero molto interessato al suo lavoro sul linguaggio delle balene ed è stata per molto tempo il mio riferimento principale da un punto di vista scientifico. E’ stata lei a invitarmi ad andare sul campo per capire esattamente in cosa costituiva il suo lavoro, andare in Alaska con lei è stata una delle esperienze più incredibili che abbia mai fatto. E’ una studiosa scrupolosa: ha studiato ogni singolo suono del canto delle balene. Ho incontrato Helen Garland un anno dopo perché cercavamo un altro scienziato che completasse il discorso su cosa significa la vita di un biologo sul campo e approfondisse il tema della comunicazione delle balene. Helen è un genio e il suo lavoro sulla cultura delle megattere è immenso, ha attraversato il mondo per realizzarlo dall’Australia alla Polinesia".

Com’è girare un film mentre si sta svolgendo una ricerca sul campo?

"Io ero solo senza troupe, ho fatto tutto: fotografia, suono. Perché come cineasta tu chiedi già molto: chiedi spazio sulla barca, chiedi acqua, cibo e energia e sicurezza per te. Una grande responsabilità per cui occorre essere consapevoli che loro non sono lì per fare un film, per riuscire a diventare una squadra occorre che si creino dei legami, in Alaska abbiamo campeggiato per 37 giorni senza acqua potabile né elettricità ma siamo diventati amici prima a New York prima di partire. Subito dopo l’Alaska sono andato in Polinesia ed è stata un’altra sfida".

Colpisce nel film come lo studio scientifico sul linguaggio delle balene si sposi con un ragionamento sociale, quasi esistenziale che riguarda l’uomo.

"Linguaggio, comunicazione, intelligenza complessa sono concetti che definiscono cosa vuol dire essere umani. Siamo abituati a pensare che questo riguardi esclusivamente noi e ci renda unici ma non è così: noi siamo soltanto gli ultimi arrivati, le balene hanno avuto una forma di comunicazione complessa ben prima che l’uomo si mettesse eretto. Questo dovrebbe renderci un po’ più umili rispetto a tutto il resto, ma allo stesso tempo è anche confortante perché ci dice che non siamo soli e non lo siamo mai stati. In qualche modo sono i nostri antenati, si tratta soltanto di aprire i nostri occhi, le nostre orecchie e metterci all’ascolto. C’è molto da imparare".

Quale è stato il momento più difficile e quello più esaltante?

"Quello più emozionante è stato sicuramente un giorno in barca in Alaska in cui un delfino ha cominciato a nuotarci intorno, saltava e seguiva la barca come se volesse accompagnarci… aveva dei colori meravigliosi e io ero così rapito ed emozionato, una sorta di estasi che non ho filmato assolutamente nulla. Sono stato circondato da balene per mesi ma è un delfino ad avermi carpito il cuore. Momenti difficili ce ne sono stati, come quando la dottoressa Fournet ha rotto il motore della barca, e io ho provato esattamente quello che provavano loro sul campo: entusiasmo per qualcosa che riusciva, profonda delusione quando qualcosa andava male. Ho fatto sempre il tifo per loro, volevo che riuscissero. Il film alla fine parla di questo: di come siamo connessi uno all’altro".

Un film quasi solo di donne. Nel film le dottoresse parlano molto delle difficoltà di essere donna in questo campo

"Non ho cercato scienziate donne, ho cercato scienziati molto in gamba e studiosi che avessero approfondito questo tema in modo serio, con molta ricerca sul campo e ho trovato loro. Eppure è vero che la lavorazione di questo film è stata caratterizzata da donne, la mia montatrice, la produttrice. Nel momento in cui ho realizzato che le due protagoniste erano entrambe donne ho capito che il film avrebbe affrontato anche questa tematica delicata, d’altronde ne parlano loro senza sforzo: cosa significa stare fuori casa per tanto tempo, essere lontani dai propri cari, cosa una donna scienziato deve dimostrare".

La storia del cinema, della letteratura è piena di racconti di uomini o ragazzi che parlano con gli animali. Si è chiesto perché c’è un desiderio così forte dell’uomo di comunicare con loro?

"Ho studiato antropologia e poi ho fatto molta ricerca. Ci sono varie teorie scientifiche: c’è chi è convinto che tutto si riduca a cibo e sesso e chi crede più nell’interazione, nel linguaggio. Si può anche dire che i Beatles cantavano per il sesso, puoi arrivare a ridurre la musica a strumento di riproduzione ma io sono convinto che le cose siano più complicate di così. Credo che l’uomo si sia sempre sentito connesso con il Pianeta e con le altre intelligenze che lo abitano, ma negli ultimi tempi stiamo perdendo questa connessione e credo che questa sia la base di tanti disagi e ansie. E anche la ragione che ci permette come esseri umani di fare quello che facciamo alla terra".

Il film è anche un grido d’allarme, pensa che il pubblico reagirà?

"Ci sono tanti film che puntano il dito sui nostri errori e su cosa dobbiamo modificare dei nostri comportamenti: plastica, petrolio, pesca di massa… tutte tematiche interessanti e film importanti. Io volevo contribuire a questo dibattito con un approccio diverso andando al cuore del perché facciamo quello che facciamo. Che è la cultura".