L'alleanza
Un uomo passa davanti a un murale dedicato all'attivista ambientale Berta Caceres, assassinata in Honduras. Orlando Sierra/AFP via Getty Images 

Patto a 12 per difendere gli attivisti ambientali

Un primo passo per fermare la mattanza dei difensori dell'ambiente in America Latina (228 assassinati solo nel 2020). Spiccano però le assenze di Colombia (177 morti), Brasile e Cile

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Basta con gli omicidi, gli agguati, gli assalti, le sparizioni. Dodici paesi dell’America meridionale e centrale siglano un patto per porre fine alla più grande mattanza al mondo di attivisti ambientali e leader contadini che di battono per la difesa della terra. Se il 2019 era stato considerato l’anno nero di questa strage silenziosa con 221 vittime, 33 solo in Amazzonia, il 2020 è schizzato in vetta alla classifica con 331 morti tra i difensori dei diritti umani. Il 69 per cento di questi sono attivisti dell’ambiente, uno su tre appartengono a tribù indigene. La Colombia è la più micidiale, con 177 omicidi. Seguono, dopo le Filippine, altri Paesi dell'america Latina: Honduras, Messico, Brasile, Guatemala. Sono quelli dove ci sono i maggiori interessi per lo sfruttamento delle foreste e delle aree protette. Perché conservano nel loro sottosuolo preziosi minerali e perché qui è più attivo il disboscamento illegale e sono più forti le gang e i Cartelli che controllano il territorio.

 

Il patto si chiama “Accordo di Escazú” ed è stato siglato, tra gli altri, anche da Messico e Argentina. Ma l’assenza di Colombia, Brasile e Cile rischia di renderlo poco efficace o di lasciarlo solo come lettera di buoni propositi. È comunque un primo segnale importante lanciato in questi giorni di vertice sul clima con cui Biden ha imposto la sua agenda green ad altri 40 paesi del mondo. Si prende finalmente coscienza di quella lunga scia di sangue e di lutti che da vent’anni lega l’America Latina. 

"Ogni giorno con le pistole puntate contro per difendere l'Amazzonia: è la nostra vita"

Nomi come Berta Cáceres, Isidro Balsenegro, Cristina Bautista, Paulo Paulino Guajajara, Yolanda Maturana, Homero Gómez punteggiano i luoghi dove i soliti anonimi sicari hanno eliminato uomini e donne presi di mira, minacciati, alla fine uccisi per il loro impegno a difesa della natura.

Ed è stato spesso grazie al loro sacrificio se l’attività devastatrice di molte multinazionali, in barba ai divieti, e quella dei tagliatori di legna illegali, sono state rese note e bloccate in tempo. L’ambiente in America Latina è un tema dominante. Non solo per una cultura che negli anni si è radicata tra le popolazioni, ma per la sensibilità trasmessa da chi vive sulla propria pelle il cambio climatico. 

Interi territori sono stati sconvolti da tempeste, alluvioni e siccità; decine di migliaia di contadini hanno perso raccolti e terreni, oltre a fattorie e animali. Centinaia di paesi e cittadine sono stati evacuati: gli abitanti trasferiti hanno dovuto inserirsi in un ambiente ovviamente ostile per cercare di ricominciare daccapo. Chi si è opposto è stato bloccato e se ha insistito alla fine ucciso.

“Ci sono molti interessi nell’occupazione dei territori indigeni”, ricorda Leydy Pech, agguerrita apicultrice maya, Premio Goldman 2020, il Nobel per l’ambiente. “Per questo non basta dire ok, c’è l’accordo e il problema è risolto. Questo è solo l’inizio: bisogna lavorare e insistere perché diventi realtà”.

Nei paesi che hanno sottoscritto il Patto sorgono le aree con la maggiore biodiversità al mondo e anche per questo qui esistono i maggiori problemi socio-ambientali. Il Patto non solo si impegna a difendere fisicamente gli attivisti ma interviene nel ridurre i conflitti e impone alle imprese private, come ai governi, di poter accedere alle informazioni e le partecipazioni pubbliche su qualsiasi progetto che possa avere un impatto sull’ambiente. L’ipotesi di un accordo era emersa nel 2012 ma ci sono voluti sei anni di trattative per arrivare alla sigla. 

La clausola sulla difesa degli attivisti ambientali rischiava di essere esclusa. Poi, l’assassinio di Berta Cáceres in Honduras e l’eco internazionale suscitati hanno agito sui governi.

C’è stata una grande pressione, il testo è stato modificato, portato nei vari Parlamenti e trasformato in legge. Ci sono stati anche molti boicotaggi. Paesi come il Cile, il Perù, il Costa Rica hanno criticato il patto dicendo che frenava il progresso e isolava ancora di più le tribù indigene. Una tesi sostenuta, come sappiamo, anche da Bolsonaro che rivendicava la sovranità sull’Amazzonia e il diritto a portare modernità e progresso tra gli indigeni. Il Covid e le sue varianti hanno fatto capire bene a tutti i danni provocati all’ambiente. Ma c’è voluto l’arrivo di Biden e la sua priorità sul clima per riscattare il sacrificio degli attivisti assassinati.