Biodiversità
Nella stiva di un peschereccio nel Mare del Nord. Jeff J Mitchell/Getty Images 

Una blockchain per salvare la pesca sostenibile

Un registro digitale non modificabile né falsificabile per tenere traccia della storia del pesce dal momento della cattura fino al suo arrivo sui nostri piatti diventa una garanzia contro le frodi e di tutela dell'ambiente e dei consumatori

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Arriva dalla tecnologia un prezioso aiuto alla pesca, in particolare quella artigianale. Per ridimensionare la portata delle frodi ittiche e tutelare l’ambiente e i consumatori.

Come? Attraverso la “blockchain”, il grande registro digitale condiviso a cui ciascuno può aggiungere nuovi blocchi: una banca dati a cui tutti possono accedere, non modificabile e la cui sicurezza è garantita da crittografia.
Basta un “tag” per svelare - ai consumatori finali, in un ristorante o al supermercato, in pescheria o in albergo - la “carta d’identità” di una cernia o di un’orata, di un’aragosta o di un dentice.

“Del branzino cileno non sfugge nulla, dal giorno in cui viene pescato fino a quando finisce nel piatto”, dice al The Guardian Steve Paku, comandante della Cape Arkona della Austral Fisheries. “Alle persone è sufficiente semplicemente scansionare il codice a barre per avere davanti a loro l’intera storia del pesce”.
Più di un’etichetta, insomma: quasi uno storytelling del pescato, a uso e consumo di chi il piatto vuole comprenderlo, ancor prima che gustarlo. E con il vantaggio che i dati non possono essere manomessi e – soprattutto - sono accessibili a tutti, e sempre, in ogni punto della filiera che conduce dal fondo del mare alla tavola.
Lo sviluppo della tecnologia blockchain potrebbe essere fondamentale per ridurre le frodi nell’industria ittica e “premiare” la pesca non intensiva: i consumatori più responsabili ricercheranno, auspicabilmente, catture in aree con popolazioni ittiche sostenibili. Buone notizie potenziali, visto che la Food and Agriculture Organization (FAO) sottolinea come più di un terzo delle popolazioni ittiche è ad oggi sovrasfruttato.

 

Sempre più attenzione alla tracciabilità

"Potenzialità colte da due anni dalla Austral Fisheries, per esempio. “Quando catturiamo il pesce, togliamo testa, coda e pinne. Poi un’etichetta digitale viene attaccata al tronco di ogni pesce prima che si congeli a bordo”, spiega ancora Paku, 35 anni di esperienza alle spalle con la pesca oceanica e un approccio convinto alla nuova tecnologia. Che - dice - “diventerà presto prassi consolidata”.

“Vogliamo ottenere il massimo della trasparenza nel modo più economico ed efficiente possibile”, conferma David Carter, amministratore delegato di Austral Fisheries. Anche perché l’eco mediatica del documentario Netflix Seaspiracy ha alimentato la preoccupazione dei consumatori sulla sostenibilità dei prodotti ittici.

Seaspiracy, il documentario sulla pesca diventato virale in poche ore

Per la verità in Gran Bretagna già dal 2016 la Provenance, un provider di soluzioni di tracciabilità basato sulla blockchain combatte la pesca illegale. E il Wwf Nuova Zelanda ha utilizzato la blockchain per approfondire la pesca del tonno con palangari alle isole Fiji, così come la “Sustainable Shrimp Partnership”, in Ecuador, monitora i dati dei gamberi d’allevamento grazie a una piattaforma blockchain gestita dall’IBM Food Trust.
“Il vero valore aggiunto è che con questo tipo di tecnologia nessuno, men che meno un capitano disonesto, può modificare il luogo in cui è stata effettuata le pesca”, annota Markus Mutz, amministratore delegato di OpenSC, una joint-venture impegnata nel settore della tracciabilità alimentare co-fondata da WWF e dalla startup BCG Digital Ventures.

 

Blockchain e acquacoltura in Italia

E l’Italia? Di tecnologia blockchain applicata al settore ittico si interessano Marco Munari e Simone Farina, ricercatori del Dipartimento di Ecologia Marina Integrata alla Stazione Zoologica Anton Dohrn. “Organizzare la tracciabilità del pescato locale attraverso la digitalizzazione delle informazioni - sottolineano - può favorire una gestione sostenibile della filiera ittica, migliorando le condizioni di lavoro, ottimizzando l’utilizzo del prodotto (per esempio con il recupero del pescato fresco eccedente) e favorendo l’inserimento dei giovani attraverso la nascita di nuovi posti di lavoro legati alla tecnologia”.
In particolare Munari e Farina hanno contribuito alla fase progettuale del progetto Cooevo Blu, che prevede lo sviluppo di un modello di tracciabilità di prodotti agricoli e marini (pescati o allevati) attraverso la tecnologia blockchain. “L’obiettivo è quello di monitorare gli allevamenti di orate, tracciando il prodotto lungo tutte le fasi della filiera da quella di produzione a quella di vendita, favorendo nuovi approcci produttivi per l’acquacoltura che ne consentano la sostenibilità ambientale ed il suo inquadramento tra le attività produttive ecocompatibili”. In particolare, il tracciamento della filiera del prodotto attraverso la combinazione del protocollo Cooevo - che incorpora la tecnologia dei satelliti con la blockchain attraverso sensori IoT - includerà parametri che descrivono sia la qualità ambientale degli allevamenti che la salute degli ecosistemi nei fondali circostanti.

 

L'esperimento Flagchain in Campania

Ma è in ambiente marino che la blockchain può segnare una svolta. In Italia la pesca conta una chiara predominanza di barche piccole e relativamente vecchie, un’ampia distribuzione della flotta lungo gli ottomila chilometri di costa e una grande diffusione di tecniche di pesca di tipo polivalente, con una produzione annua – secondo l’Istat – di poco più di 190 mila tonnellate di prodotti ittici in acque marine. E c’è chi ha già scommesso, con convinzione, sulla blockchain.
E’ il caso dell’ambizioso progetto realizzato da tre Gruppi di azione locale nel settore della pesca, i cosiddetti FLAG (acronimo di Fisheries Local Action Group) chiamati “Pesca Flegrea” (per Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida), “Litorale Miglio d’Oro” (per Torre del Greco, Ercolano, Torre Annunziata e Portici), e  “Isole di Ischia e Procida”.
“Abbiamo sviluppato una App che i pescatori possono scaricare sul loro telefono, in grado di effettuare tutte le manovre di geolocalizzazione dell’area FAO in cui il pesce viene pescato, il tipo di pesce e la quantità del pesce, informazioni che vengono inserite digitalmente”, spiega Massimiliano Agata, Lead Developer della piattaforma , che si chiama“Flagchain”.
La App - per la cui diffusione bisognerà attendere qualche mese - è stata sviluppata con Foodchain, una società fondata nel 2016 da Marco Vitale, Davide Costa e Fabio Fiori, tra le prime aziende ad accostare la tecnologia blockchain al settore agroalimentare, e si appoggia alla blockchain pubblica della Quadrans Foundation, una blockchain sostenibile pensata appositamente per le applicazioni industriali.
“La nostra – spiega ancora Agata – è una piattaforma blockchain pubblica per la tracciabilità e la rintracciabilità del pescato, che nasce in risposta alle esigenze di associare al concetto di territorio un sistema capace di valorizzare le informazioni delle produzioni ittiche, contribuendo al traino e allo sviluppo dell’economia locale. Uno strumento digitale al servizio del settore ittico in grado di consegnare al consumatore la storia del prodotto, il nome scientifico e dialettale del pesce, la sua origine, la tecnica di cattura, i processi subiti, il trasporto e la conservazione del pesce”.
“Informazioni che sempre più spesso, e con sempre maggiore consapevolezza, vengono richieste dai nostri clienti, alla ricerca dell’identità del pescato locale e delle storie che ogni prodotto può veicolare, purché sia naturalmente autentico”, spiega lo chef Pasquale Palamaro, stella Michelin con il ristorante “Indaco” del Regina Isabella, a Lacco Ameno, e riferimento per la fase sperimentale del progetto “Flagchain”.

Insomma, strumenti in grado di definire inequivocabilmente la provenienza del pescato possono avvicinare a una svolta nel consumo sostenibile degli stock ittici. “Proprio così – conferma Michele D’Ambrosio, responsabile del progetto di cooperazione per il FLAG delle isole di Ischia e Procida - perché ogni attività legata alla tracciabilità del pescato rappresenta un tassello importante per la salvaguardia della biomassa e per la sostenibilità ambientale”. La condizione, naturalmente, è che i pescatori - compresi quelli che praticano una pesca artigianale – non storcano il naso e diventino, per così dire, “digitali”. “Siamo una categoria restia ai grandi cambiamenti – ammette Domenico Schiano, giovane pescatore di Ischia, anch’egli coinvolto nella fase sperimentale del progetto – ma mai come oggi siamo consapevoli che il nostro futuro, come quello del mare che circonda, dipenda in larga parte dalla sostenibilità del nostro lavoro e dalle garanzie che noi stessi saremo in grado di fornire ai consumatori. Ho provato la App: è semplice e funzionale, ci richiede di dare traccia di ciò che peschiamo, nell’interesse nostro e della filiera. Sarebbe un vero peccato non cogliere l’opportunità”.