Sostenibilità

Meno docce per non sprecare acqua, con il lockdown si pensa all'ambiente

Otto minuti sotto il getto equivalgono a 17 litri buttati via e poi ci sono i detergenti e la plastica che li contiene: prende piede la nuova filosofia del lavaggio settimanale. Ma gli esperti avvertono: "Per un reale impatto servono interventi pubblici sulle infrastrutture idriche"
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Un po’ più sudati, forse, ma più sostenibili. La pandemia ha cambiato le nostre abitudini, dall’abbigliamento all’alimentazione, e sembra aver inciso anche sul modo d’intendere l’igiene personale. Vale a dire, meno docce in quarantena. I lunghi periodi chiusi in casa ci hanno spinti a distinguere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è: farsi la doccia o il bagno ogni giorno (o addirittura più volte al giorno) è diventato per tanti un gesto non scontato, non automatico, talvolta superfluo. A compensare i sensi di colpa è la consapevolezza di risparmiare acqua, evitare emissioni inquinanti e ridurre il consumo di saponi.

Secondo il Water Research Fund, stare sotto la doccia per otto minuti significa utilizzare fino a 17 litri d’acqua corrente; e, secondo l’Environmental Protection Agency, cinque minuti di scroscio dal rubinetto consumano la stessa energia di una lampadina da 60 watt accesa per 14 ore. Non solo. Lavarsi implica l’acquisto di bottiglie di plastica per i detergenti e l’uso di sapone, spesso prodotto con il petrolio. Essere più attenti, quindi, fa bene al pianeta. Tuttavia, per avere un impatto reale sull’ambiente le scelte individuali dovrebbero accompagnarsi a investimenti pubblici nelle infrastrutture idriche.

Esagerare con shampoo e bagnoschiuma, inoltre, può seccare la pelle. Per gli esperti, comunque, basta non prolungare il tempo trascorso sotto l’acqua per scongiurare o limitare i danni collaterali. Come riporta The New York Times, negli ultimi mesi la nuova filosofia della doccia settimanale sembra aver preso piede Oltreoceano sia per l’aumentata sensibilità green sia per una questione di praticità. Mentre un sondaggio YouGov rivela che anche il 17% dei cittadini britannici ha abbandonato le docce quotidiane durante la pandemia. Dalla madre lavoratrice che guadagna minuti preziosi per la famiglia alla maestra, sicura che gli alunni sarebbero i primi a segnalarle candidamente il suo eventuale cattivo odore.

L’igiene personale – spiega James Hamblin, docente alla Yale University e autore del volume Clean: The New Science of Skin and the Beauty of Doing Less – è diventata più importante e ha assunto risvolti sociali dopo la rivoluzione industriale, quando le persone hanno iniziato a trasferirsi nelle città. Queste ultime erano più sporche e i residenti sentivano di doversi lavare più spesso. Nel frattempo, le strutture idrauliche domestiche sono migliorate e si è diffuso l’accesso all’acqua corrente. Per le classi più agiate, comprare saponi pregiati e fare il bagno frequentemente si sono trasformati in comportamenti simbolici del proprio status.

Una cultura radicata che sarà difficile scalfire, perlomeno per quanto riguarda la maggioranza degli americani. Ne è convinto Lori Brown, professore di sociologia al Meredith College di Raleigh, New York: la convenzione di dover essere sempre profumati e di dover consumare prodotti di bellezza, per lui, prevarrà sulle esigenze di sostenibilità e di salubrità. All’opposto, l’ambientalista e scrittore londinese Donnachadh McCarthy, 61 anni, ricorda come la sua generazione sia cresciuta facendo il bagno una volta alla settimana. Abitudine a cui è tornato, dopo aver visitato la foresta amazzonica nel 1992 e aver toccato con mano le devastazioni provocate dall’uomo.