Ispra: un quarto del suolo italiano è in degrado, allarme in Sicilia e Veneto

I dati dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: gli indicatori rivelano una tendenza negativa, con situazioni più critiche in alcune regioni in particolare. Quelle che, negli ultimi anni, hanno conosciuto processi più intensi di crescita urbana
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Il termometro del degrado del suolo in Italia segnala un quadro preoccupante visto che, secondo i dati Ispra, un quarto dell'intero territorio nazionale è in stato di degrado, con situazioni di allarme rosso in particolare in Sicilia e Veneto. È quanto emerso nel corso del webinar 'Un Green Deal' per il suolo europeo organizzato da Legambiente questa mattina nell'ambito del progetto europeo Soil4life, in occasione della Giornata internazionale del suolo che si celebra domani, 5 dicembre, in tutto il mondo. Il tema di questa edizione è "manteniamo il suolo vivo, proteggiamo la biodiversità del suolo". Ebbene, secondo i dati dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale oggi gli indicatori indicano una tendenza negativa, con situazioni più critiche in alcune regioni che sono anche quelle che, negli ultimi anni, hanno conosciuto processi più intensi di crescita urbana. Oltre a essere un problema ambientale, il degrado del suolo è anche un problema per la tutela del made in Italy che ha nella loro tipicità, legata al suolo, la sua ragion d'essere. Del resto il 95% del cibo che, ogni giorno, mettiamo sulle nostre tavole proviene dal suolo e il 33% del suolo globale è già degradato. Sono sufficienti questi due dati per capire l'importanza che lo stesso ricopre per la sopravvivenza degli esseri umani e degli animali. Va evidenziato come in Italia non sia stata ancora approvata una legge organica di difesa del suolo. Solo alcune regioni lo hanno già fatto in attesa della legge nazionale ferma in parlamento.
 

Al Sud dunque è la Sicilia (seguita da Puglia e Campania), la regione che riporta indicatori maggiormente negativi per quanto riguarda il peggioramento dello stato di salute dei suoli. Si tratta di una delle regioni tenute sotto particolare osservazione per il rischio di desertificazione. Piane costiere e aree interne della Sicilia, penisola salentina e l'area costiera campana tra Napoli e la Piana del Sele sono le aree in cui le criticità a carico del suolo sono più rilevanti, con grandi rischi di impatto economico a carico delle colture, spesso pregiate, che su questi suoli sono impostate. Al Nord invece i dati peggiori riguardano il Veneto, che sconta gli effetti dell'onda lunga del consumo di suolo dovuto a crescita di infrastrutture e insediamenti, ma il dato negativo riguarda in generale la Pianura Padana, accentuandosi, senza soluzione di continuità, lungo la fascia pedemontana tra Veneto e Piemonte, dalla Marca Trevigiana al Biellese, ma con quadri preoccupanti che risalgono anche i fondivalle alpini di Adige, Isarco, Piave e Brenta. In Italia centrale il fenomeno appare complessivamente meno pervasivo, ma gli indicatori di degrado sono preoccupanti, oltre che per l'area centro-laziale, anche per le fasce costiere e i contrafforti appenninici di Marche e Abruzzo.

"In Italia dopo il boom economico, il consumo del suolo da un valore iniziale pari al 2,7% ha subìto una tendenza al generale incremento arrivando al 6,9% nel 2008. Per pochi anni è stato registrato un significativo rallentamento fino al 2013, ma poi, anche se con ritmi meno accentuati, il consumo è ripreso", spiega Filippo Cappotto, vice presidente del consiglio dei geologi che snocciola cifre significative: "Nel 2019, secondo i dati del rapporto annuale ispra 2020, il consumo di suolo ha raggiunto il 7,1%. Si è passati da 8.100 chilometri quadrati degli anni '50 a 21.400 chilometri quadrati nel 2019 sul territorio totale italiano. Attualmente, quindi, ogni giorno il suolo artificiale impermeabilizzato aumenta di 2 metri quadri al secondo". L'utilizzo sconsiderato e indiscriminato del suolo provoca danni irreparabili. "L'uomo ha costruito anche nelle zone più a  rischio del paese, come le aree di espansione dei fiumi - spiega Cappotto - tombando valloni, rii e torrenti, amplificando dunque il quadro sempre più preoccupante del dissesto idrogeologico e mettendo a rischio la sicurezza del territorio".

Secondo il rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico nel 2018, sul territorio italiano sono presenti 620.808 frane che coprono un'area di circa 23.700 chilometri quadrati, pari al 7,9% del territorio nazionale. L'Italia è pertanto uno dei paesi europei maggiormente interessati da fenomeni franosi. "La cronologia dei disastri, frane e alluvioni evidenzia come non sia condizione sufficiente la pianificazione corretta degli interventi di difesa del territorio dai rischi geologici - sottolinea ancora Cappotto. "A questa, va aggiunta la professionalità dei geologi che è basilare per la propria e unica capacità di lettura del territorio, dell'ambiente e del suolo, capace di prevedere le evoluzioni future, assumendo in questo senso un ruolo centrale nella prevenzione di frane e alluvioni. I costi degli interventi di difesa del suolo prima degli eventi catastrofici sono stati stimati con un rapporto di 1 a 10 rispetto a quelli del post emergenza, è ormai chiaro come sia necessario attuare misure preventive in periodi brevi".