Cina meno lontana ma si può fare di più: i ricavi del Nordest fermi a due miliardi

Deficit commerciale italiano pari a 17,6 miliardi di euro: spazi di crescita e di investimento ancora molto ampi 

La Cina è vicina recitava un vecchio film. Nel caso del Nordest la Cina è più vicina di una volta, ma sempre troppo lontana per le opportunità che promette.

Nel planisfero che identifica la mappa dei rischi e delle opportunità elaborato da Sace si nota come l’ex Impero Celeste sia al contempo uno dei paesi con il più alto grado di rischiosità e una delle aree, insieme a poche altre nel mondo, con il più elevato indice di opportunità di export. Eppure il Nordest, come del resto anche l’Italia, lo guarda da lontano. E si fa guardare pure da distante.


A dispetto delle apparenze e al netto dei casi noti di acquisizioni cinesi in aziende italiane (con esiti per altro non sempre felici per le nostre imprese) anche l’attrattività di investimenti cinesi non è elevatissima. Non bastano la Biesse Beton Service di Villorba (macchine edili stradali), la Clivet di Feltre (impianti di riscaldamento, condizionamento ed aerazione), la Dualplast di San Vendemiano (stampa di etichette per i marchi della moda), e poi il colosso degli elettrodomestici Haier, l'Acc di Mel nel Bellunese (ditta di compressori acquistata dal gigante Wanbao nel 2014) per gridare alla colonizzazione.

Cina (1480 miliardi di dollari) più Hong Kong (circa 1804 miliardi) sono il secondo paese per consistenze di investimenti diretti esteri (Ide) in uscita. Detto più semplicemente sono tra i maggiori investitori al mondo verso paesi stranieri, secondi solo agli Stati Uniti.

Nonostante le consistenze poderose delle risorse che investono all’estero, in Italia atterrano meno delle briciole. Circa 4 miliardi di euro, mentre noi arriviamo ad investire come Paese circa 12 miliardi. Il Nordest nei suoi insediamenti in Cina recupera dalle proprie imprese un fatturato totale superiore ai 2 miliardi e ha creato quasi 30 mila posti di lavoro, 29 mila e 800 per la precisione. Con insediamenti complessivi che ne fanno la seconda destinazione dopo la Romania.

Questo degli investimenti diretti è il primo squilibrio. Il secondo, invece, riguarda le esportazioni. L’Italia ha un decificit commerciale verso la Cina superiore ai 17,6 miliardi di euro, vendiamo per 13,2 miliardi e acquistiamo per 30,8 miliardi. A livello di performance le aziende nordestine sommano 2,1 miliardi di euro di export, ma sono molto indietro se si pensa che la terza regione esportatrice italiana, il Veneto, nell’interscambio Italia Cina è solo al quarto posto, dietro a Lombardia, al primo posto che la doppia in quanto a ricavi nel gigante asiatico, seguita da Piemonte e Emilia Romagna.

Ma va anche peggio se si confrontano le performance dell'Italia in generale con altri paesi del mondo. Il primo paese europeo per interscambio commerciale con la Cina è la Germania, che in quel paese esporta 95 miliardi di euro.

Ma il dato serve solo a identificare gli ampi spazi di incremento che il paese può cogliere. La crescita cinese è prevista poco sopra al 6% nel 2019-20, dal 6,6% del 2018. Successivamente è stimato un rallentamento per la transizione in atto verso un modello più orientato ai consumi e produzioni tecnologicamente più avanzate. Il maggiore rischio (esterno) è dato da un mancato accordo con gli Usa in materia di dazi. La temuta Trade War che avrebbe, tuttavia, un impatto ben oltre gli scambi commerciali dei due paesi ovviamente. E per la quale soffriremmo anche noi, nonostante, come sottolinea Sace, l’Italia abbia, dalla sua, una forte diversificazione dei paesi che sono partner commerciali.

Per il Nordest comunque il dato di maggiore opportunità di crescita riguarda lo sviluppo del commercio estero. La struttura commerciale Italia-Cina è comparabile, noi tendiamo ad esportare meccanica e elettromeccanica di alta qualità (un esempio su tutti sono le operazioni milionarie per ammodernare le acciaierie del gigante di Buttrio Danieli), moda del segmento lusso e poi chimica e farmaceutica.

Non a caso brand italiani (e prodotti a Nordest) luxury come Moncler o Bottega Veneta, come pure tutto il settore dell’occhialeria o il farmaceutico (vedi la maxi distribuzione di Fluimucil che si appresta a fare Zambon verso il mercato asiatico) registrano tassi importanti di sviluppo in quel mercato. I saldi commerciali settoriali sono, invece, negativi per i beni del Sistema Moda, per computer e apparecchi elettrici ed elettronici.

Nel 2018 l’export dei distretti verso la Cina è salito a 3,3 miliardi di euro (il 3% del totale), il doppio rispetto al 2007. La crescita, a differenza di quanto osservato a livello italiano, è proseguita nel 2018 (+4,2%, dopo il +18,6% del 2017). Le esportazioni distrettuali verso la Cina hanno visto un aumento sensibile in tutti i principali settori di specializzazione. Spiegano i dati di Intesa San Paolo sulle statistiche Istat. In 21 distretti la quota di export verso la Cina supera il 5% del totale. Di questi sei sono del Triveneto.

Carpaccio di manzo con maionese di mele

Casa di Vita