Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Treviso dà l'addio all’urbanista Giovanni Barbin

Il malore in Sardegna. Aveva 98anni, era stato professore allo Iuav e aveva realizzato molti progetti in Italia e all’estero

TREVISO. Nel dopoguerra è stato un modernista, capace di teorizzare e disegnare su carta lo sviluppo di intere comunità fronteggiando con acume e consapevolezza la prima grande industria del mattone, che pensava troppo spesso solo a come e dove costruire case. Così, nel tempo e con un attaccamento a lavoro rarissimo, Giovanni Barbin si è costruito una statura professionale unica e riconosciuta, capace di portarlo a lavorare in tutta Italia e nelle grandi economie del medio oriente. Un impegn ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

TREVISO. Nel dopoguerra è stato un modernista, capace di teorizzare e disegnare su carta lo sviluppo di intere comunità fronteggiando con acume e consapevolezza la prima grande industria del mattone, che pensava troppo spesso solo a come e dove costruire case. Così, nel tempo e con un attaccamento a lavoro rarissimo, Giovanni Barbin si è costruito una statura professionale unica e riconosciuta, capace di portarlo a lavorare in tutta Italia e nelle grandi economie del medio oriente. Un impegno a cui ha messo fine solo il malore che l’ha colto sabato scorso in Sardegna dove è morto all’età di 98 anni.

Si era preso una pausa, sospendendo per qualche giorno il suo interminabile lavoro nello studio di via Risorgimento, su insistenza dell’amatissima moglie Anna. Proprio a lei, nel fine settimana, aveva confessato un malessere. Di lì le visite in ospedale e il repentino peggiorare del quadro clinico diventato presto irrecuperabile, stante anche l’età. Eppure Barbin, a 98 anni, continuava a dominare matita e pensieri con la forza di un ragazzo, e lo spessore di chi aveva avuto modo di confrontarsi con i grandi, e non soltanto le mondo dell’architettura e dell’urbanistica a cui aveva deciso di dedicare l’esistenza professionale. Negli anni Cinquanta frequentava studio (da lui progettato) e casa di Toni Benetton, un cenacolo che ospitava Berto, Neri Pozza, Carlo Argan; ma anche gli architetti che da e con lui avrebbero costruito il futuro di tanti luoghi in Italia: Giuseppe Davanzo, Carlo Scarpa e Paolo Portoghesi, che proprio sui piani di Barbin a Treviso avrebbe poi costruito il Quartiere Latino.

Entrare nel suo studio era un tuffo nel potenziale crescere del mondo, tra mappe, idee, schizzi e progetti osservati con curiosità da un pappagallo a cui Barbin era affezionatissimo. Osmotico con tutto ciò che di culturale e innovativo vi fosse nell’aria, fino all’ultimo «ha conservato l’eleganza propria di poche menti, eccelse come la sua» lo ricorda l’architetto Mario Marchetti con cui ultimamente aveva intrecciato rapporti di lavoro sfociati in amicizia. A dimostrazione del rispetto che molti gli tributavano spesso veniva chiamato ancora “professore”, nonostante avesse lasciato la cattedra dell’università di Venezia negli anni Cinquanta. Di conoscenza ne aveva da vendere, mai scontata. Aveva lavorato a Treviso (dove è stato presidente dell’ordine architetti per 4 anni, ’54-’58) per disegnare l’area Treviso Servizi, e dopo il Quartiere Latino pensava a come migliorare la città pianificando la riqualificazione di tutto l’asse lungo la ferrovia, dall’ex Cuor a viale Trento e Trieste: nuovi spazi, strade, verde... una nuova città. Lavorava con queste prospettive.

Innumerevoli i progetti con la sua firma da Taranto a Teheran, da Caorle (dove oggi si pensa a realizzare un villaggio darsena da lui immaginato) alla Sicilia, ad Asolo dove il suo piano urbanistico disegnato negli anni ’70 e duramente contestato rappresentò uno slancio di pensiero «che non è stato capito», ha continuato a non perdonarsi Barbin. «Un uomo straordinario e corretto» lo ricorda l’amico architetto Luciano Gemin, altro pezzo da novanta trevigiano, con cui oggi stava curando un progetto proprio in Sardegna, il primo per loro, insieme, dopo novant’anni, «la sua scomparsa è un colpo al cuore».