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I malgari: «Strade chiuse, siamo isolati»

Tre vie di accesso al massiccio interrotte per frane e lavori, stagione estiva compromessa. A picco le vendite di formaggio

POSSAGNO. Per trasportare le bestie nelle loro malghe hanno sfidato i divieti, caricandole sui mezzi e spostando le transenne che chiudono le strade. Adesso si trovano con tre accessi su cinque interdetti alla circolazione. I malgari del Monte Grappa non perdono la proverbiale ironia che consente loro di affrontare le avversità: «Per fortuna che i politici nei convegni ci vengono sempre a dire che noi siamo i custodi della montagna, le sentinelle della biodiversità, gli eroi del turismo natu ...

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POSSAGNO. Per trasportare le bestie nelle loro malghe hanno sfidato i divieti, caricandole sui mezzi e spostando le transenne che chiudono le strade. Adesso si trovano con tre accessi su cinque interdetti alla circolazione. I malgari del Monte Grappa non perdono la proverbiale ironia che consente loro di affrontare le avversità: «Per fortuna che i politici nei convegni ci vengono sempre a dire che noi siamo i custodi della montagna, le sentinelle della biodiversità, gli eroi del turismo naturalistico».

Quest’anno la situazione è questa: chiusa la Strada provinciale 140 Generale Giardino, quella che sale da Semonzo verso Campocroce; chiusa la Strada Provinciale 141 di Pian de la Bala, detta anche strada dei Napon; chiusa la via degli Alpini a Possagno per lavori. Tutti gli accessi «trevigiani»al Grappa sono chiusi. Di poco migliore la situazione sul versante bellunese, dove la provinciale 10 che sale da Alano è praticabile a proprio rischio. L’accessibilità peggiora nei week end perché la dorsale che sale dal Monfenera è spesso interrotta per rally e manifestazioni sportive.

Il Grappa è praticamente isolato. Restano aperte la Cadorna, oggi strada provinciale 148, che sale da Romano d’Ezzelino e «serve» soprattutto il pubblico vicentino e la zona di Seren del Grappa. E l’impervia comunale «Generale Angelica» che sale da Cavaso del Tomba (dalla pizzeria Basso).

Il Grappa più bello, quello più intatto dall’urbanizzazione, quello della valle delle Mure e del Boccaor, una zona che sembra Irlanda è praticamente inaccessibile.

Il decano dei malgari del Grappa, Gianni Zanotto, 75 anni, che conduce malga Archeset ed è praticamente l’unico abitante di questo lembo di massiccio (ci vive tutto l’anno) è laconico: «Vivo in malga dal 1965 e non avevo mai visto una situazione come quella di quest’anno». Strade inaccessibili, lavori programmati in estate, una perdita secca del 70 per cento. La beffa è che le malghe vivono solo d’estate grazie all’alpeggio e alla vendita del formaggio, tra cui il mitico morlacco del Grappa, uno dei presidi Slow Food. «Molti clienti ci scrivono e ci chiamano: come facciamo ad arrivare? Poi rinunciano, è chiaro» spiega Assunta Andreatta, malgara da quarant’anni che con il figlio Luca Basso conduce il Cason del Sol. Non meno deluso è Umberto Ceccato, 47 anni, di Malga Paradiso: «Un disastro, quest’anno è un disastro». A Malga Mure Elido Ceccato e Afra Panizzon pagano 14 mila euro di affitto all’Opera Pia del Tempio canoviano di Possagno per i quattro mesi di alpeggio: «Quest’anno abbiamo ormai perso il mese di giugno, magari sarà tutto riaperto per la festa della prima domenica di agosto, ma cosa facciamo nel frattempo?». Daniele Gallina, 28 anni, bellunese di Malga Piz, paga quasi 17 mila euro per la stagione al Comune di Alano: «Le spese sono a nostro carico, se le strade non consentono l’accesso alle malghe noi perdiamo l’estate: chi ci ripaga?».

La contraddizione è proprio questa: da un lato si celebrano gli eroi della montagna, dall’altro non si è riusciti a pianificare i lavori fuori dalla stagione dell’alpeggio. Le frane sulla provinciale 140, la più usata per l’accesso a questa parte del Grappa, hanno fatto il resto. I lavori sono complessi e non dureranno poco. Allarga le braccia la Provincia.

Enrico Traverso, 50 anni, a malga Archeson quest’anno non ha praticamente visto nessuno. Così anche Elido Fornasier, di malga Balbi. «Se le strade riaprono ai primi di agosto, ci restano quindici giorni perché dopo Ferragosto la stagione è praticamente finita» si infervora Afra Panizzon. La beffa è che quest’anno è il Centenario della Grande Guerra: «Possibile che proprio nell’anno del rilancio la situazione sia questa?». «La verità è che ci sentiamo abbandonati da tutti: nessuno pensa al nostro lavoro e tutti parlano di rilancio della montagna» aggiunge Luca Basso.

La situazione colpisce soprattutto la parte orientale, trevigiana e bellunese, del massiccio: a farne le spese uno dei formaggi simbolo della montagna veneta. Quel formaggio morlacco, tra i primi presidi Slow Food, che viene prodotto unicamente in alpeggio con il latte munto quando le mucche hanno completato il primo ciclo digestivo con l’erba della fioritura. Un formaggio che nelle malghe autentiche viene ancora prodotto dal mescolamento del latte della sera con quello del mattino. La cagliata precede lo spurgo di 24 ore prima della formatura, della salatura e della maturazione per almeno otto giorni.

Daniele Ferrazza