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«Piombo, cromo, infortuni le nostre battaglie vinte»

Parla Moro, medico a capo dello Spisal dagli anni ’80 a oggi, da poco in pensione «Le aziende devono innovare, la tecnologia riduce i rischi. Stop ai tagli nelle Usl»

Lavorare stanca, come dice il poeta, e molto spesso non fa neanche tanto bene alla salute. Ne sa qualcosa Giovanni Moro, 67 anni, medico in pensione da pochi mesi, dopo oltre 42 anni di lavoro. Lui sta benone, ma dai primi anni Ottanta ad oggi si è sempre occupato della salute di chi lavora, alla guida della Medicina del lavoro, prima a Treviso, poi a Conegliano. E l’impennata, in questi ultimi giorni, delle tragedie sul lavoro non lo ha certo colto impreparato: «C’è stato un misto di coinci ...

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Lavorare stanca, come dice il poeta, e molto spesso non fa neanche tanto bene alla salute. Ne sa qualcosa Giovanni Moro, 67 anni, medico in pensione da pochi mesi, dopo oltre 42 anni di lavoro. Lui sta benone, ma dai primi anni Ottanta ad oggi si è sempre occupato della salute di chi lavora, alla guida della Medicina del lavoro, prima a Treviso, poi a Conegliano. E l’impennata, in questi ultimi giorni, delle tragedie sul lavoro non lo ha certo colto impreparato: «C’è stato un misto di coincidenze e di problemi che vanno affrontati. Sono situazioni risolvibili, impegnandosi a fondo. Ma, come sempre, le situazioni hanno una loro complessità. E, soprattutto, non vanno fatti tagli nel settore dei controlli».

E allora parliamone. Le tragedie di questi giorni sembrano riportarci indietro di anni. È così?

«Non è affatto così. Negli anni abbiamo combattuto battaglie intense per la sicurezza e sostanzialmente le abbiamo sempre vinte, con l’aiuto di tutti. Certo, c’è ancora molto da lavorare».

Partiamo dall’inizio. Da dove esattamente?

«Da quando la Medicina del lavoro ha mosso i primi passi in provincia. Esattamente a Montebelluna. Negli anni ‘60-’70 c’era il problema dei calzaturifici. Le operaie – perlopiù donne, perché nella lavorazione serviva una manualità “fine” - usavano la colla. Il benzene era già stato eliminato dai collanti, perché cancerogeno, ma era stato sostituito dall’esano. Che però, si scoprì dopo, dava conseguenze neurologiche. Nel Montebellunese ci furono decine di ragazze, anche diciassettenni, finite sulla sedia a rotelle. Era da poco passato il ‘68, ci furono proteste, pressioni enormi. All’epoca le Usl non esistevano ancora, e così il Comune di Montebelluna chiamò Giovanbattista Bartolucci, igienista industriale (poi docente universitario), che mise letteralmente in piedi il primo “Spisal” provinciale, un servizio a carattere comunale. Il problema fu risolto facendo installare nelle fabbriche calzaturiere impianti di aspirazione non sul soffitto o sui muri laterali, ma sul tavolo stesso. I tavoli dove le operaie lavoravano dovevano avere il piano “a griglia” con aspirazione dal basso. Così il problema si risolse. E in seguito si scoprì che i problemi neurologici erano reversibili, le ragazze finite in sedia a rotelle ripresero una vita normale».

Una bella soddisfazione anche per voi, che allora eravate un po’ dei giovani pionieri della materia.

«Sì, certamente. Ma contemporaneamente c’erano anche altre campagne. Come quelle per i silicotici, ossia gli operai che avevano lavorato per anni nelle miniere in Belgio e che tornavano a casa ammalati di silicosi. Era un lavoro clinico, ospedaliero, che io vissi come borsista all’Istituto di Medicina del lavoro di Padova. Il problema venne superato quando in Belgio si adottarono tecniche nuove per l’estrazione del carbone».

Un’altra battaglia importante fu contro il piombo.

«Forse la più importante di quel tempo, fra gli anni ‘70 e ‘80: io sono stato assunto dal Consorzio dei Comuni trevigiani nel 1981 e subito fui coinvolto in questo problema. Avevamo aziende come Pagnossin, Appiani, Tognana che impiegavano centinaia di operai, in gran parte donne. Il piombo veniva utilizzato come fondente, serviva a far fondere a temperature relativamente basse i materiali impiegati nelle lavorazioni della ceramica. In pratica con il piombo c’era un notevole risparmio energetico. Ma il piombo provocava anche anemia nei lavoratori e in rari casi disturbi neurologici. Inoltre era sospettato di avere effetti mutageni, un problema grave in presenza di lavoratrici in età fertile. Pensi che c’erano lavoratori che si mangiavano il panino nel locale dove facevano lavorazioni con il piombo».

E voi cosa avete fatto?

«Mettemmo subito in malattia le lavoratrici e i lavoratori che avevano nel sangue valori di piombo in eccesso. Poi ci furono discussioni, trattative sindacali. La svolta venne dalla Germania, quando iniziarono a controllare il rilascio di piombo nelle stoviglie. Fecero tornare indietro un vagone intero di stoviglie partito dalla Tognana, l’azienda ebbe un danno. Da parte nostra facemmo presente agli imprenditori che qualunque figlio malformato fosse nato da una operaia, avrebbero potuto subire cause risarcitorie pesantissime anche solo per il sospetto che l’origine del problema fosse l’esposizione al piombo. Le cose in tempi rapidi cambiarono».

E la soluzione quale fu?

«Le aziende capirono che dovevano innovarsi: eliminarono il piombo ma, per farlo, dovettero cambiare tutti i forni, per riuscire a riscaldare la materia prima a temperatura più alta. Spesero miliardi di lire, ma l’innovazione fu decisiva. Il problema fu risolto alla radice».

Che rapporti avevate con gli imprenditori?

«Nessun problema particolare. Ma fino all’83 non c’era una legge che ci affidasse compiti di polizia giudiziaria: non potevamo intervenire nelle fabbriche autonomamente. I Consigli di fabbrica ci chiamavano, noi facevamo visite e proponevamo soluzioni come semplici consulenti. Stava poi ad azienda e sindacato concordare cosa fare. Ma in quella situazione intervenivamo solo su chiamata da parte del sindacato, quindi nelle aziende medio-grandi. Dopo l’83 la situazione è cambiata: siamo diventati ufficiali di pg, potevamo intervenire autonomamente, con ispezioni».

E la musica è cambiata.

«Ma non abbiamo fatto l’errore di accanirci inutilmente sugli aspetti formali. Fin da subito ci concentrammo sulle cose fondamentali, quelle che avevano a che fare con la salute vera e propria. Evitammo di dare sanzioni su questioni puramente formali. Gli imprenditori capivano, spesso erano loro stessi a chiederci di intervenire per consigli in fase di progettazione o di ristrutturazione degli impianti».

Siamo agli anni ‘80-’90.

«Qui abbiamo fatto due campagne: quella nelle aziende galvaniche e metalmeccaniche contro l’impiego incontrollato di cromo, che è cancerogeno; quella nei mobilifici contro le polveri di vernici poliuretaniche. La prima si è risolta potenziando gli impianti di aspirazione; la seconda è stata più difficile: avevamo operai con attacchi d’asma, soprattutto notturna. Il fenomeno colpiva il 6 per cento dei verniciatori. Noi facevamo potenziare gli aspiratori, mandavamo operai a casa in malattia, ma non riuscivamo a risolvere il problema alla radice. Ci ha pensato la Bayer cambiando la composizione delle vernici».

Ma l’agricoltura resta ancora un nodo critico.

«Ancora oggi in Veneto è il settore con il più alto numero di infortuni mortali. Ma nella Marca nel 2012 abbiamo fatto un grosso lavoro e i risultati oggi si vedono. Siamo la provincia italiana con il più alto numero di trattori per ettaro, lo si deve alla proprietà terriera estremamente frazionata. E proprio per questo abbiamo i trattori più vetusti. Sono stati fondamentali due mosse. La prima normativa: nel 2009 i coltivatori diretti, che lavorano il proprio campo, sono stati definiti lavoratori autonomi e per questo soggetti a controlli. Prima di allora se entravamo in un podere, ci mollavano i cani… dopo no, come ufficiali di pg potevamo fare ispezioni. Ma, anche qui, ci siamo concentrati sulle cose importanti, niente multe a tappeto. Prima la protezione del cardàno con delle cuffie di protezione. Poi il rinnovo del parco-trattori con l’installazione del telaio anti-ribaltamento. Con l’assessore provinciale Michele Noal abbiamo promosso incontri in Provincia con i manutentori dei trattori e con le organizzazioni di categoria. I manutentori hanno promosso interventi a tariffe agevolate per installare archi di protezione del conducente in caso di ribaltamenti e cinture di sicurezza per chi è alla guida».

E i risultati?

«Fino al 2006 avevamo nella Marca 11-12 morti all’anno sotto i trattori ribaltati, e ci contendavamo il tragico primato regionale con Verona. Nel 2015 siamo scesi a 3 morti, su un totale di 26 in Veneto».

Tutto risolto, quindi?

«No, facciamo circa 250 ispezioni all’anno nelle aziende agricole, una ventina di sanzioni, in piccole realtà. Le grandi aziende ora sono a norma»

Resta il nodo dell’edilizia.

«Sì, ma sfatiamo un mito: le costruzioni vengono dopo l’agricoltura. Comunque anche qui, in provincia si fanno 750 controlli all’anno e le sanzioni non sono poche, circa il 40 per cento. Ci muoviamo insieme agli ispettori del lavoro, perché spesso carenze di sicurezza e contratti di lavoro non a norma vanno di pari passo. Bisogna insistere su formazione e controlli. Ma, certo, essendo una tipologia di lavoro estremamente mutevole (oggi il cantiere è qui, domani si sposta o cambia dimensioni) è una realtà più difficile da controllare. Bisogna insistere con formazione e controlli».

Un appello per l’oggi?

«Le aziende devono innovare sempre. Seguendo il filo di questi anni si vede come le tecnologie risolvono i problemi, le macchine nuove costano molto ma hanno un livello di sicurezza intrinseca maggiore. E producono di più e meglio. La nostra provincia esporta macchine utensili in tutto il mondo, il know-how non ci manca».

E sul metodo di lavoro?

«Dal 2009 in poi abbiamo sempre lavorato nel comitato di coordinamento provinciale con gli altri enti: Spisal, Inps, Inail, Ispettorato del lavoro, Vigili del fuoco e anche le parti sociali attraverso gli enti bilaterali. È fondamentale».

Qualche rammarico?

«Facciamo troppo poco per l’igiene industriale. Non c’è solo l’infortunio, ma anche un problema meno evidente che, però, costa molto alle aziende e alla collettività in termini di assenze per malattie, cure. Pensiamo all’ergonomia, a chi deve operare per ore facendo sempre gli stessi movimenti e incorre in malattie articolari e muscolari. Bisogna intervenire sugli impianti e ritmi di lavoro. E c’è l’invecchiamento dei lavoratori. Nel 2006 all’Electrolux l’età media era di 45 anni, ora è di 53».

E sul fronte dei controlli?

«Nel 2016 nella Marca le Usl mettevano in campo 8 medici nella Medicina del lavoro. Ora, con l’accorpamento delle tre Usl e i pensionamenti, ce ne sono solo 4. Così si indeboliscono prevenzione e controlli».

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