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A Orsago pignorata la Banca della Marca «C’è un debito di 185mila euro»

L’ufficiale giudiziario si è presentato alla sede di Orsago, l’istituto ha già depositato la somma Sarà proposto appello: «Si tratta di un’errata interpretazione delle norme e di eccesso di zelo»

ORSAGO. Un ufficiale giudiziario si è presentato nella sede di Orsago della Banca della Marca per un pignoramento, in seguito ad una causa di azione revocatoria fallimentare. Tra l’istituto di credito cooperativo di Orsago e la curatela fallimentare di un negozio d’abbigliamento di Sacile, è sorto un contenzioso che si protrae da cinque anni. In primo grado, lo scorso 30 ottobre, il tribunale di Pordenone ha stabilito che la banca paghi alla curatela fallimentare 135mila euro più interessi. Da una parte Banca della Marca ha presentato appello e chiesto la sospensiva del provvedimento al tribunale di Trieste.

Dall’altra la curatela, attraverso l’avvocato Mauro Celot, dello studio Marchi Celot De Paoli di Pordenone, domiciliato nello studio Trubian di Treviso, ha chiesto un pignoramento per 185mila euro. Il tribunale di Treviso è stato più celere di quello di Trieste e così ieri si è arrivati al pignoramento di ieri. Banca della Marca ha depositato un assegno di pari importo nella cancelleria del tribunale, con la certezza che in secondo grado la sentenza sarà ribaltata a proprio favore.

«Banca della Marca ha subito e doverosamente appellato la sentenza del tribunale di Pordenone – commenta l’avvocato Paolo Corletto dello studio legale BM&A di Treviso, legale della Banca - sulla cui base la curatela del fallimento della Maso Abbigliamento ha agito esecutivamente, ritenendola errata in quanto contraria all’orientamento del tutto consolidato da almeno vent’anni della giurisprudenza della Corte di Cassazione, per cui in tema di azione revocatoria fallimentare, i versamenti effettuati dal terzo sul conto corrente dell'imprenditore, poi fallito, non sono revocabili, quando risulti che il relativo pagamento non sia stato eseguito con denaro del fallito e che il terzo, utilizzatore di somme proprie, non abbia proposto azione di rivalsa verso l'imprenditore prima della dichiarazione di fallimento.

Nel caso in questione era del tutto pacifico, oltre che provato documentalmente, che i versamenti effettuati dai soggetti terzi sul conto corrente della società poi fallita erano stati fatti con denaro proprio e non della società fallita ed era altrettanto pacifico che costoro non avevano richiesto la restituzione delle somme alla Maso Abbigliamento prima della dichiarazione di fallimento.

La Banca pertanto confida nella riforma della sentenza già dinanzi la Corte d’Appello di Trieste, alla quale ha già chiesto la sospensione dell’efficacia esecutiva della stessa. Il pignoramento odierno è stato effettuato

nella consapevolezza della già avvenuta proposizione dell’appello e, non potendo in ogni caso secondo la legge fallimentare il curatore distribuire le somme pignorate ai creditori, non può non evidenziarsi come l’iniziativa appaia frutto di un evidente eccesso di zelo».
 

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