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Sofiya, sospetti senza prove su Pascal

La Procura: tutte le ipotesi restano aperte. Dopo l’autopsia nuovi rilievi dei Ris. La donna aveva lavorato a Treviso

CORNUDA. Sofiya Melnik è arrivata viva alla curva lungo la strada che conduce al Grappa e fiancheggi il burrone dove è stato trovato il suo cadavere? Questa è la domanda chiave, adesso, dopo l’esito dell’autopsia che ha evidenziato come la donna sia morta a seguito di un brutale pestaggio dopo il quale è stata gettata nel burrone. E per chiarirlo saranno fondamentali gli esiti degli ulteriori esami scientifici disposti dall’anatomopatologo Alberto Furlanetto dopo l’autopsia, ma anche i rilievi dell’entomologo forense Stefano Vanin che due giorni fa con Furlanetto ha effettuato prelievi sul corpo della donna. Quasi certamente però per chiarire ulteriormente il quadro della vicenda, sarà necessario un nuovo sopralluogo dei Ris nella casa di via Jona, a Cornuda. Per capire se è lì che Sofiya è stata picchiata.

La procura: ogni ipotesi aperta. Molti millantatori. Lo aveva detto due giorni fa, lo ha ribadito ieri. Per il procuratore di Treviso, Michele Dalla Costa, l’indagine è «ancora assolutamente aperta», e l’ipotesi che Sofiya sia stata uccisa dal compagno Daniel Pascal «ancora tutta da provare», così come il fatto che «non vi siano altre persone coinvolte». Certo le indagini dei carabinieri hanno già ristretto di parecchio il campo d’azione, «ma mancano ancora prove», concretezze, che non siano solo l’ipotesi «più facile da fare per risolvere un caso che oggi è ancora formalmente diviso in due fascicoli distinti: il suicidio di Pascal e la scomparsa e morte di Sofiya». Come se non bastasse, spiega Dalla Costa: «Il clamore della vicenda ha scatenato molti millantatori che nel periodo delle ricerche continuavano a segnalare Sofiya in posti dove non era».

Morta in casa, o all’aperto? Una ragionevole certezza a quella che è una domanda chiave nel giallo di Cornuda arriverà dagli esami dell’entomologo Stefano Vanin sui campioni prelevati dal corpo della donna. Vanin analizza insetti, microscopici e più grandi, che si sviluppano sui cadaveri o in determinati contesti. Sembra un’operazione di scenario, ma non lo è. «Perchè determinate forme di vita maturano solo in determinati ambienti e a determinate temperature, e non si sviluppano in altri». Quindi, se Sofiya è stata picchiata ed è morta in un ambiente casalingo, il suo corpo presenterà determinate “contaminazioni”, se invece è morta all’esterno, e magari al freddo ne presenterà altre. Se presenterà entrambe le “contaminazioni” vorrà dire che verosimilmente il corpo è stato trasportato da un ambiente all’altro, e a distanza di tempo.

L’agonia nel burrone. Questi elementi potrebbero anche chiarire se Sofiya, quando è stata gettata nel crepaccio, fosse ancora viva. Incosciente forse, ma viva, e sia poi morta per le ferite riportate, le lesioni interne e forse anche per il gelo. Questa oggi è una drammatica e angosciante eventualità, suffragata dal fatto che il corpo di Sofyia è stato ritrovato in posizione fetale, come avesse cercato un ultimo conforto al freddo e al dolore. Un’ipotesi che nemmeno l’autopsia è stata in grado di negare e che potrebbe rendere ancora più macabra la fine della bella 43 enne ucraina colpevole, forse, di aver voluto troncare una relazione, o di aver intessuto quella sbagliata.

Nuovi esami. Stante il risultato dell’autopsia e visto che l’ipotesi di un brutale pestaggio è praticamente una certezza, con ogni probabilità la procura potrebbe disporre nuovi esami scientifici nella villetta. Esami per cercare riscontri, magari elementi utili a trovare individuare tracce più specifiche che possano, nel caso, inquadrare la casa come possibile scena del delitto, o in casa oggetti che siano riconducibili a questo.

Un passato trevigiano. E intanto, nella memoria della gente, dopo tante foto e il clamore suscitato dalla sua terribile scomparsa,
emergono ricordi di Sofiya Melnik quando dieci anni fa lavorava nel capoluogo, e in uno dei suoi negozi più noti: le calzature “Al Siletto” in Corso del Popolo. All’inizio del Duemila lavorò quasi un anno e mezzo tra scarpe e scaffali. Poi svanì.

Federico de Wolanski

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