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Sofiya pestata a sangue, poi la morte nel dirupo

Giallo di Cornuda, l'esito dell'autopsia: la donna potrebbe aver agonizzato nel burrone

CORNUDA. Picchiata a morte e poi gettata nel dirupo. Questa la ricostruzione più attendibile per spiegare la morte di Sofiya Melnyk, la 43enne ucraina sparita da Cornuda a metà novembre il cui corpo è stato ritrovato la vigilia di Natale nel bosco del terzo tornante della statale Cadorna, che collega il centro di Romano d’Ezzelino a Cima Grappa.

Giallo di Cornuda, il corpo di Sofiya ritrovato la Vigilia di Natale Sofiya è sparita da due giorni quando lo scorso 17 novembre si incontrano, all’interno di una caserma dei carabinieri, i tre uomini che, in quel momento, stanno frequentando l’interprete ucraina. Oltre a Pascal Daniel Albanese, il 50enne trovato morto domenica 26 novembre nella sua villetta a Cornuda, ci sono anche un geologo emiliano e un medico di Treviso. La svolta arriva il 24 dicembre quando viene ritrovato il copro di Sofiya. L'articolo

L’autopsia effettuata ieri dall’anatomopatologo Alberto Furlanetto ha evidenziato come il corpo della donna presentasse moltissimi traumi, compatibili con una grave caduta, ancor di più con un violento pestaggio, razionalmente con entrambe le cose. Proprio per cercare di avere ulteriori certezze sulla morte della donna Furlanetto ha disposto analisi approfondite sia a livello radiologico che tossicologico mentre l’entomologo forense Stefano Vanin, presente ieri all’esame nel dipartimento di anatomia patologica del Ca’ Foncello di Treviso, ha effettuato i prelievi necessari agli esami utili a inquadrare tempi e luoghi del decesso. L’autopsia è stata lunga e complessa, anche perché il corpo di Sofiya era stato martoriato da giorni e giorni di esposizione alle intemperie e agli animali selvatici che lo avevano straziato.

Giallo di Cornuda, i carabinieri nel luogo dove è stato trovato il cadavere di Sofiya TREVISO. La chiave del giallo di Cornuda è rinchiusa nelle memorie dei cinque computer trovati nella villetta di via Jona dove Sofiya Melnyk, l’avvenente ucraina ammazzata e gettata in un dirupo ai piedi del massiccio del Grappa, condivideva lo stesso tetto con Pascal Daniel Albanese, il cinquantenne trovato impiccato 11 giorni dopo la scomparsa della donna. Ne sono convinti gli investigatori e ne è sicuro anche il legale della famiglia Melnyk, l’avvocato Francesco Zacheo, che tutela la madre di Sofiya. Oggi, giovedì 28 dicembre, l'autopsia sul corpo della donna. L'ARTICOLO (VIDEO MACCA)


Ma c’è un altro elemento che dovranno cercare di chiarire gli accertamenti disposti dopo l’autopsia, ovvero se Sofiya sia morta a seguito delle lesioni subite, e quindi fosse già morta quando è precipitata nel burrone o se, ancor peggio, sia deceduta dopo essere volata per diversi metri nel crepaccio dove potrebbe essere rimasta ore, agonizzante, ma ancora viva prima di morire. A sollevare il dubbio anche il fatto che il cadavere della donna sia stato ritrovato in una posizione simile a quella fetale, come a proteggersi o cercare calore.

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«È una ipotesi plausibile e drammatica», dice l’avvocato Francesco Zacheo che assiste la famiglia di Sofiya e che ieri, informato dell’esito degli esami autoptici, ha immediatamente organizzato le mosse giudiziarie da attuare nei prossimi giorni. «È stata pestata a morte», dice, «voglio che venga trovato il colpevole, voglio sapere chi ha ucciso Sofiya e perché» incalza, «Questo dramma deve avere delle risposte che ancora non ha».

La morte, violentissima, della donna, è stata la conseguenza di una lite furibonda con Pascal Daniel Albanese? Ieri sono stati prelevati campioni dal corpo di Sofiya anche per cercare tracce di Dna altrui, magari conseguenti ad una colluttazione.

Secondo quanto trapela Sofiya era con Pascal le ultime ore prima che sparisse nel nulla. Lo confermerebbero alcuni filmati delle videocamere di sorveglianza analizzati dai carabinieri nel corso delle indagini.

La donna, in sua compagnia, sarebbe stata immortalata lungo la strada che conduce al Monte Grappa in auto, verso le 18.30 del giorno della scomparsa. Un dettaglio che, se confermato, contribuirebbe a restringere il campo d’azione nel giorno della sparizione di Sofiya, e soprattutto ad avvicinare Pascal alle ore della sua morte. I due, stando a quanto trapela, poco prima di essere filmati si sarebbero fermato alla gelateria “Ai due ponti” di Onigo di Pederobba. L’ultimo gelato insieme. Forse una scusa per uscire di casa, per discutere ancora di un rapporto che magari era arrivato alla fine e che Pascal non voleva venisse chiuso. Secondo quanto ricostruito negli ultimi giorni la donna poteva essere pronta a lasciare il 50enne, che tanto aveva aiutato lei e la madre anni prima, per iniziare ufficialmente una relazione nata nelle settimane precedenti con Placido Maugeri, medico radiologo, più anziano di lei.

C’è questa possibile rottura del loro rapporto alla base di tutto il giallo? È stato Pascal ad architettare “la scomparsa” dopo averla picchiata a morte e gettata nel burrone e poi, vinto dal rimorso e dalla paura, si è suicidato? Tanti, troppi elementi ancora non tornano e vanno chiariti. Il Ris che sta analizzando l’auto di Pascal di Sofiya potrebbe dare la chiave. Di certo l’atteggiamento di Pascal ha sollevato molti dubbi: non ha denunciato la scomparsa di Sofiya; ha tranquillizzato lui stesso la persona che Sofiya stava frequentando e che aveva chiamato a casa di Pascal per sapere come mai la donna non rispondesse al telefono; secondo quanto riferito da una vicina ha lungamente lavato l’auto in garage nei giorni seguenti la sparizione della donna. È stato infine Pascal a inviare, la sera della scomparsa delle donna, un sms dal telefono di Sofiya a quello di Maugeri disdicendo l’appuntamento che i due amanti avevano per la cena? «Una delle mie amiche ha avuto una crisi e devo correre da lei», era il testo del messaggio. Parole che né le amiche di Sofiya né Maugeri hanno considerato fossero della donna. Di fatto l’ultimo segnale dal cellulare della 43enne ucraina, sparito dalle celle e mai ritrovato.


 

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