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Ascopiave, il futuro è l’aggregazione

Dossier di Ceccato, ex sindaco di Caerano, sulla utility: «Guadagna meno e non investe». I privati di Plavisgas bloccati

PIEVE DI SOLIGO. Da alcuni mesi lo scontro sul futuro di Ascopiave e della sua governance ha aperto un contenzioso giudiziario dall’esito imprevedibile. Ma dietro a questa battaglia - con alcuni comuni che vorrebbero fusione tra Ascoholding e Asco Tlc ed altri che vogliono invece la fusione tra Ascoholding e Ascopiave - si nasconde un braccio di ferro il cui vero obiettivo è semplicemente economico. Soldi, semplicemente soldi. E quote che rischiano di non valere più niente se i sindaci prenderanno una strada invece che un’altra. Ne sono consapevoli soprattutto i soci privati riuniti nella Plavisgas, che dopo aver acquisito dai Comuni di Breda, Pieve di Soligo, Santa Lucia, Follina e Cison l’8,6% di Ascoholding per 26,9 milioni di euro (al prezzo di 2,2 euro per azione) rischiano di trovarsi con la loro quota completamente illiquida, cioè non negoziabile. Sulla carta, poichè la holding controlla la maggioranza della quotata Ascopiave (che in Borsa ora vale 3,6 euro) la plusvalenza sfiora il 70%. Peccato che sia solo un valore teorico. Di qui il contenzioso avviato da Plavisgas, per mezzo dell’avvocato Massimo Malvestio, a tutela del proprio investimento, che nel caso di una fusione tra la Holding e la Tlc, resterebbe praticamente sulla carta. A dare manforte alla soluzione prospettata da Malvestio arriva ora uno studio condotto da Angelo Ceccato, ex sindaco di Caerano ed ex capo finanza di Veneto Banca, che ha confrontato il margine operativo lordo delle principali multiutilities italiane, da Hera a A2A, da Iren ad Acea, scoprendo che Ascopiave è quella che realizza meno margini: appena lo 0,11% negli ultimi cinque anni, contro il 38% di Hera e il 29% di Iren ed Acea. «Il margine operativo lordo di Ascopiave – spiega Ceccato - è concentrato per oltre l’80% sulla vendita di gas che la rende particolarmente vulnerabile ad eventuali shock di mercato dovuti a tecnologia, regolamentazione, evoluzione della domanda e dell’offerta, politiche commerciali. Inoltre, il rapporto tra capitale investito netto e il patrimonio netto è il più basso di tutte le multiutilities italiane: le altre hanno investito molto, Ascopiave è ferma al palo e non ha usato la leva finanziaria per investire e diversificare il business. Le linee strategiche della utility di Pieve di Soligo sono sempre le stesse dal 2007, nonostante il mercato sia diventato più competitivo. La redditività netta è buona in rapporto al patrimonio netto, ma i dati operativi suonano come campanelli d’allarme sul mantenimento delle performances». Per questo, sostiene Ceccato, sarebbe bene «che i Comuni alzassero lo sguardo per guardare cosa fanno gli altri, ad esempio i Comuni di Torino e Genova» che hanno deciso di superare la holding conservando il controllo diretto di Iren.

Il futuro immediato di Ascopiave è, secondo Ceccato, l’integrazione con Ascoholding per rispettare la legge Madia: ma in prospettiva appena più lunga l’integrazione dovrà essere con una multiutility del Nord Italia (Hera o Iren?), conservando il controllo diretto in capo ai Comuni. «Il concetto chiave è che Ascopiave è piccola, poco diversificata, con margini operativi buoni ma che risentono della concorrenza. La società sta guadagnando ma non bisogna cullarsi sugli allori - chiude Ceccato – .Il mercato del gas è sempre più competitivo e ricco di insidie di ogni tipo. Occorre rivedere le strategie e guardare anche ad una integrazione con una Multiutility del nord Italia, traendo il massimo vantaggio per i soci e per il territorio, mantenendo la gestione del business del gas in loco.
Il controllo pubblico non viene messo in discussione se i Comuni mantengono la maggioranza. Occorre che i comuni abbiano la presa diretta sulla società e questo può avvenire solo con una fusione tra Ascopiave ed Ascoholding».

Daniele Ferrazza

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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