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Prosecco, la corsa dei prezzi: "Verso lo Champagne"

Il Consorzio: «Non devono aumentare i volumi, ma il valore» 

TREVISO. Il Prosecco Conegliano Valdobbiadene Docg alza il prezzo e lancia la rincorsa allo Champagne. Basta nuovi impianti (i 7.549 ettari della denominazione resteranno sostanzialmente tali) e stop alla crescita dei volumi (a quota, oggi, 93 milioni di bottiglie vendute), la missione della Docg di collina è di aumentare il valore, cioè il fatturato, riconoscendo gli sforzi dei viticoltori e ritoccando verso l’alto la fascia di mercato cui sono destinate le bollicine più pregiate.



Rincorsa allo Champagne. Ieri il Consorzio di Tutela ha presentato, a Villa Brandolini di Pieve di Soligo, il consueto rapporto annuale della denominazione. Numeri di un mercato che continua a registrare il segno positivo in volumi (93 milioni di bottiglie, più 3 per cento rispetto al 2016) e valore (521 milioni di euro di fatturato, più 6 per cento), ma è sul valore che la Docg sceglie di giocare la partita commerciale dei prossimi anni. «Non vogliamo incrementare la produzione, crediamo che con i nostri 7.500 ettari abbiamo già raggiunto il massimo e potremo allargarci, al massimo, di un 2-3 per cento ogni anno» spiega il presidente del Consorzio, Innocente Nardi. In fondo, la Docg è già cresciuta abbastanza: più 68 per cento della superficie vitata in dieci anni. Ora la corsa al vigneto rallenta: «Dobbiamo evitare che il Prosecco diventi una commodity. Ai clienti dobbiamo far capire cosa c’è dietro la bottiglia, e trasmettere la nostra cultura d’impresa fatta della storia di un territorio, dei suoi uomini e dei loro sforzi». Filosofia che si traduce nell’aumento del prezzo della bottiglia: «Non sappiamo quanto potrà crescere, ma non ci poniamo limiti» spiega Nardi, mentre Vasco Boatto - responsabile Centro Studi di Distretto, che ha raccolto i dati del rapporto - è più esplicito: «Fino a raggiungere lo Champagne», promette. In generale, la differenza di prezzo con i “cugini” della Doc non dovrebbe mai scendere sotto il 30 per cento. «La Doc non è un nostro competitor, ci mancherebbe» commenta Nardi, «le nostre specificità però vanno raccontate. Siamo noi l’apice della piramide qualitativa».



Effetto Brexit. La sfida si gioca soprattutto all’estero, perché è fuori dai confini nazionali che il Consorzio fatica di più a far comprendere le differenze tra Doc e Docg, o tra Rive e Cartizze, sfumature (sostanziali, secondo il Consorzio) che i consumatori italiani sanno riconoscere meglio. Nonostante questo, nel 2016 (ultimi dati disponibili) la crescita sui mercati esteri ha toccato quota 180,9 milioni di euro, in crescita del 14 per cento rispetto al 2015. Anche in questo caso il valore cresce più dei volumi, arrivati a quota 35,8 milioni di bottiglie (più 12 per cento rispetto all’anno precedente). L’export porta in dote, tuttavia, anche un segnale negativo dovuto alla Brexit. In Gran Bretagna, infatti, si registra un calo del fatturato del 9 per cento (nel 2016 è sceso a quota 27,5 milioni di euro) e dei volumi del 6,1 per cento (ultimo dato: 5,5 milioni di bottiglie vendute). «Un calo dovuto alla congiuntura economica» spiega Boatto «ma compensato dalla crescita nel Benelux, in Cina o in Giappone. I margini di crescita in queste zone sono ancora molto ampi».

Laureati in cantina. Le imprese viticole continuano a crescere: a fine 2016 erano 3.387, in aumento dello 0,7 per cento rispetto al 2015. Il 26,1 per cento delle case spumantistiche ha dimensioni ridotte, con un fatturato inferiore ai 250 mila euro. Tra gli addetti, i giovani (età inferiore ai 40 anni) sono il 36 per cento della forza lavoro totale; di questi il 29 per cento sono laureati e il 58 per cento diplomati.

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