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Nervesa: investe un’anziana e scappa, condannato il pirata spacciatore

Nervesa della Battaglia. Otto mesi a Manolo Bonato per aver lasciato una donna di 79 anni agonizzante sul ciglio della strada Incastrato dallo specchietto rimasto a terra sul luogo dell’incidente. Era già stato arrestato per droga

NERVESA DELLA BATTAGLIA. Ha lasciato l’anziana a terra, agonizzante. L’ha travolta con l’auto mentre la donna camminava sul ciglio della strada panoramica. Poi se n’è andato, come nulla fosse. Sul luogo dell’incidente, però, è rimasto un indizio che l’ha inchiodato: lo specchietto retrovisore della sua - anzi, di sua madre - Opel Corsa. Così il pirata della strada, Manolo Bonato, 31 anni, è stato individuato, processato, infine condannato: otto mesi di reclusione, sentenza ora definitiva con il sigillo della Cassazione arrivato nei giorni scorsi.

Un nome già noto alle cronache, quello di Bonato. Un anno prima della fuga da pirata della strada, avvenuta la sera dell’11 settembre 2011, il giovane era stato infatti arrestato con l’accusa di spaccio. Era finito ai domiciliari, poi anche in carcere per non aver rispettato la misura restrittiva: nonostante il divieto di uscire di casa, i carabinieri lo avevano sorpreso in giro in piena notte. La giustizia però presenta il conto: otto mesi per omissione di soccorso, in violazione del settimo comma dell’articolo 189 del codice della strada. Per la vicenda dello spaccio aveva invece patteggiato due anni.

Stava camminando sul ciglio della strada la signora M.F., 79 anni, quella sera di settembre. Siamo in località Santa Croce. A un certo punto un’auto la travolge, la donna non fa nemmeno in tempo a capire cosa stia succedendo. Si ritrova a terra, dolorante. «Violenta caduta» e «lesioni gravi», scrivono ora i giudici. L’investitore, però, la lascia lì, a terra. Se ne va.

Un passante poi trova la signora a terra, ferita, e lancia l’allarme. L’anziana viene trasportata all’ospedale di Treviso in gravi condizioni. Sul posto dell’incidente arriva la polizia stradale che trova subito un indizio pesante: uno specchietto retrovisore. Il resto lo fanno le parole di un testimone che incrocia l’Opel prima di trovare la donna a terra: le forze dell’ordine arrivano a casa di Bonato. Lì i carabinieri trovano la Opel Corsa di colore grigio della madre del giovane, «che presentava danni evidenti alla fiancata destra, danni recenti allo spigolo anteriore destro e mancanza dello specchietto retrovisore destro». Lo specchietto trovato sul luogo dell’incidente, appunto.

Da lì il processo e la condanna in primo e secondo grado. Ora la Cassazione ha scritto la parola fine, respingendo il ricorso di Bonato - che, tramite il suo
legale, l’avvocato Luigi D’Aco, contestava alcuni passaggi tecnici delle prime due sentenze - e rendendo definitiva la condanna a otto mesi a carico del trentunenne, nato a Cittadella e residente a Nervesa, figlio del Mariano Bonato che in passato aveva fatto parte della mala del Brenta.

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