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Senza mondiali perde anche lo sport system di Treviso

Treviso. Il flop dell’Italia preoccupa i produttori di attrezzature per il calcio. La delusione di Lotto e Diadora: «Brutto contraccolpo»

TREVISO. Non ci saranno magliette azzurre Diadora bagnate dalle lacrime di una sconfitta, come quelle di Baggio e Baresi affranti dopo i rigori di Usa ’94, e nemmeno scarpini Lotto a dare il calcio d’inizio di una finale, come accadde nel 2006, in Germania, con Luca Toni. Secondo Assosport e Figc, però, senza i mondiali in Russia ci rimetteranno non solo i marchi storici dello sport system trevigiano, ma anche la galassia di piccoli e medi produttori che vendono alle società dilettantistiche palloni, casacche, materiale tecnico. La Marca e il calcio si allontanano e in futuro saranno sempre più distanti. Lo dicono i dati di Assosport: quindici anni fa Treviso era sul podio dei produttori mondiali di scarpe da calcio, con quasi 2 milioni di paia ogni anno (Nike era a quota 800 mila). Oggi Nike supera i 26 milioni, Treviso di poco il milione.

«Un danno per le società sportive». A riprova del fatto che non sia “soltanto un gioco” c’è tutta la preoccupazione di Luca Businaro, presidente di Assosport. Businaro nei giorni scorsi ha discusso delle conseguenze dell’eliminazione con i principali attori dello sport system: «Abbiamo sentito cifre di ogni genere, ma calcolare l’impatto è difficile. Di sicuro, non fare i mondiali comporterà una minore fruizione di risorse da parte delle società sportive locali che ricevono contributi direttamente dalla Figc. Siamo in contatto anche con il Coni per capire cosa può succedere, di certo ci aspettiamo una riduzione delle spese di acquisto del materiale tecnico e delle ristrutturazioni, e quindi un contraccolpo per tante aziende del distretto. Non avverrà quest’anno ma l’anno prossimo, solo allora potremo quantificare l’impatto». Uno scenario confermato dalla stessa Figc: «I contributi nazionali arrivano alla Lnd, Lega Nazionale Dilettanti, che poi li smista a cascata sulle società» spiega Giuseppe Ruzza, presidente Figc Veneto, «se davvero, come pare, una mancata qualificazione comporterà un danno stimato in 100 milioni per la Figc nazionale, il contraccolpo ce l’avremo tutti. Parlo di cose estremamente concrete: borse, palloni, magliette, stipendi da pagare. Senza considerare la generale fuga degli sponsor. È un problema sportivo, politico ed economico».

Lotto. L’azienda di Trevignano era sponsor tecnico (forniva gli scarpini) di molti dei campioni del mondo 2006. Ad oggi, l’unico atleta che rappresenterà Lotto ai mondiali di Russia è Cristián Zapata, difensore del Milan e della Colombia. «Di sicuro non vedremo più un italiano battere il calcio d’inizio di una finale con le scarpe Lotto in mondovisione, come a Berlino» ricorda Stefano Taboga, direttore marketing e comunicazione, «l’impatto purtroppo è forte: un fallimento. Difficile capire quanto ci costerà, anche se il calcio è una grossa fetta del nostro fatturato, circa il 12 per cento. Vendiamo nel mondo il calcio italiano, oggi questo brand è un po’ più debole». E allora suona quasi profetica la scelta di Lotto, che ha progressivamente abbandonato il calcio a favore di altri settori. La losanga trevigiana vestiva, negli anni Novanta, sette squadre di Serie A. Oggi una soltanto (il Genoa), e agli scarpini preferisce le collezioni per il tempo libero. «Il mondo del calcio è molto competitivo, ci siamo presi del tempo per capire se ne vale la pena» conferma Taboga.

Diadora. Ragionamento simile per un altro marchio che ha vestito la storia della nazionale. Enrico Moretti Polegato, numero uno di Diadora, ha spiegato che la sua azienda si sta avvicinando al mondo del running e dello sport femminile, perché «il running va forte, è immediato e alla portata di

tutti, si può praticare in qualsiasi momento». Polegato non ha commentato l’eliminazione dai mondiali del primo grande amore di Diadora, la nazionale, ritenendolo un capitolo chiuso. A riprova del fatto che il calcio, per le imprese storiche della Marca, è al triplice fischio.
 

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