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Rabbiosa, il vitigno delle colline

«Pat del Colmel» registra il nome dell’autoctono, produzione limitata e affinamento lungo

CASTELCUCCO. L’ultima vendemmia dell’anno, almeno sui Colli asolani, si è conclusa ieri con la tradizionale festa della «rabbiosa» a casa di una delle più piccole aziende agricole della Docg Asolo. Questo piccolo vitigno autoctono, da due secoli almeno resistente sui poggi con vista Rocca, adesso è registrato ufficialmente in capo a Pat del Colmel, che da dieci anni ne ha curato la riscoperta, la valorizzazione e un metodo tradizionale di vinificazione che ne rispetta caratteristiche e sapore. Una registrazione che ha preso in contropiede il Consorzio di tutela, che non ha nascosto la propria irritazione. Tant’è, il vino è per ora un nettare per pochi, se è vero che nel borgo di Pat se ne producono appena tremila bottiglie, frutto di un certosino lavoro su circa un migliaio di viti recuperate nel tempo e riportate a una discreta resa. Nonostante la registrazione del nome, altri piccoli produttori stanno seguendo la linea del recupero di questo vitigno, scommettendone sul futuro.

La Rabbiosa (o rabiosa) è un vitigno che solo negli ultimi anni si sta facendo riconoscere: di bacca bianca e dal grappolo dorato e compatto, è citata nell’Ampelografia della provincia di Treviso del 1870 come diffuso nelle colline asolane. É sopravvissuta a due fenomeni eccezionali come l’epidemia di fillossera a fine Ottocento e l’esplosione del Prosecco, che ha fatto strage dei vitigni minori. Mentre tutti estirpavano rossi e autoctoni per piantare glera, Pat del Colmel ha ritrovato nella sua proprietà queste vecchie viti, salvandole dall’abbandono nel quale erano precipitate. Adesso le piante a dimora rappresentano appena il 5% della produzione dell’azienda di Castelcucco, la vendemmia è tardiva e manuale, vinificazione a metodo classico, fermentazione su lieviti indigeni, trenta mesi in magnum e sboccatura a mano. A dispetto del nome, la «rabbiosa» restituisce con calma il meglio di sè: esprime tutta la sua rotondità dopo sessanta mesi in bottiglia. Pioniere di questo autoctono è certamente Matteo Forner, 36 anni, terza generazione di vignaioli, che non passa giorno senza accarezzare i suoi vigneti su una proprietà che è crocevia tra i territori comunali di Asolo, Monfumo e Castelcucco. «Sono sempre più convinto di questo vino - spiega davanti al vigneto – perché dobbiamo cercare di raccontare ciò che entra nella bottiglia: dalle caratteristiche del vitigno, alla qualità del raccolto, al processo di vinificazione, al lungo affinamento in bottiglia. Insomma, dietro l’etichetta ci sono un mucchio di cose che vanno spiegate al consumatore, sempre più attento a questi argomenti».

Ma la dedizione al presidio della rabbiosa non è sola, perché Matteo Forner ha raccolto dal padre Lino e dalla madre Gabriella la passione per la Recantina, vitigno a bacca rossa sempre più conosciuto e apprezzato
dagli intenditori. Dal colmello dei Pat escono 10 mila bottiglie l’anno di questa vino aspro ed elegante, che copre il 15% dell’intera produzione. In economia si chiama diversificazione, una caratteristica riservata per ora ai pochi che guardano «oltre» il prosecco. (d.f.)

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