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Treviso, il maestro va in pensione: «In classe usate il sorriso»

Treviso. Lucio Carraro per quarant’anni ha insegnato nella stessa scuola, la Carducci. In un libro ricordi, passioni e suggerimenti: «Formidabili quegli anni a S.Bona»

TREVISO. Per quarant’anni, ogni giorno da settembre a giugno, ha preso lo stesso treno, è salito sullo stesso autobus, ha percorso lo stesso cammino e varcato la stessa soglia. Da Mogliano a Treviso e ritorno. Per quarant’anni è stato, più di altri, «il maestro delle Carducci». Minuto, con gli occhiali tondi, lievemente incurvato, sottobraccio la stessa borsa. Il maestro Lucio Carraro, dopo una vita alla scuola elementare di Santa Bona, quest’anno è andato in pensione. Regalando a colleghi, amici ed ex allievi un piccolo libro giallo intitolato - merci Flaubert - «l’education sont nous» nel quale condensa quasi mezzo secolo di insegnamento in una delle scuole più interessanti e combattive della città.

«Mi accolse, nel settembre 1976, il maestro Urbano Cunial - racconta Lucio Carraro – . Il cambiamento era nell’aria, lo si percepiva. Vicino a noi c’era la parrocchia dei tre preti: don Franco Marton, elevato teologo, don Lino Pellizzari, psicologo autorevole, don Gino Perin, parroco saggio e sapiente». Santa Bona era un quartiere in fermento: la festa della strada, le prime attività integrative, i decreti delegati che aprirono alla partecipazione di genitori e famiglie.

«Erano gli anni in cui Marco Paolini, Giovanni Furlanetto e Paola Cavasin muovevano i primi passi con il Teatro degli Stracci», che entrarono a scuola nelle prime coraggiose iniziative. C’erano i nascenti «Alcuni» dei fratelli Sergio e Francesco Manfio, c’era un giovane Toni Buso con le sue pitture giganti. Iniziative ispirate alla nuova pedagogia e dove espressioni diverse amavano incontrarsi davanti a una pasta, alla stessa tavola della canonica dove il maestro comunista incrociava la forchetta con il prete di periferia. E poi i primi laboratori di pittura, teatro, psicomotricità, con dirigenti illuminati come Cinzia Mion, «una straordinaria interprete» dei cambiamenti. Carraro descrive anche la nascita del tempo pieno, con il direttore didattico dell’epoca Luigi Turri, «stimato ben oltre il nostro recinto» che dà così il via libera davanti a un calice di Campari: Why not?». E per l’inizio fu chiamato a spiegarlo ai genitori il maestro, pure lui, Gualtiero Bertelli che lo stava sperimentando a Mira. E poi i soggiorni scolastici, che inauguravano la gita di più giorni alle elementari, la regia educativa con il personaggio di John Games (in realtà, il trevigianissimo Gianni Furlanetto) che intere generazioni di bambini ancora ricordano arrivare a scuola vestito da aviatore. «Furono belli quegli anni» conclude Lucio Carraro senza un filo di retorica, ricordando il villaggio Giorgione e i bar di Barbara e Berto, di Antonella e Bepi, «presidi di gioia» e di grandi discussioni. Perchè la scuola era un tutt’uno con il quartiere, e anche la famigerata via Ronchese era sempliceente la strada «popolare per eccellenza» e non era caricata degli odierni allarmanti significati. La scuola Carducci, «un orizzonte senza fine» ha continuato nei cambiamenti affrontando sempre con un pelo di anticipo l’evoluzione della società: l’integrazione degli allievi stranieri, l’educazione agli stili di vita, i raccordi generazionali con gli anziani dell’Israa. «Il nostro è un mestiere speciale perché ci offre di vivere più a lungo - spiega Carraro – : perché noi continueremo a vivere nei cuori dei nostri alunni, nei loro ricordi, con i nostri pregi e i nostri difetti» confessa parafrasando Paolo Conte e il Maestro nell’anima.

Un invito, infine, alle migliaia di maestri che ogni giorno entrano in classe: «Soprattutto nei giorni di nebbia, o in quelli che raggelano il sangue, perfino in quelli carichi di dolore, non dimenticatevi mai della pedagogia del divertimento: l’ironia è l’unica facoltà umana che unisce la logica alla poesia per colorare la vita. Trasmettete la gioia del divertimento quando entrate in classe, i bambini vi scruteranno con

occhi riconoscenti». E ancora: «Il nostro è tra i mestieri più belli del mondo: cominciate sempre dai bambini, non dalle circolari o dalle ricette dei libri di testo». In fondo, «il segreto dell’insegnamento» è quello della vita: sta nella qualità delle relazioni. (d.f.)
 

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