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Il corteo di centomila alpini a Treviso

Un fiume umano attraversa Treviso per 12 ore nel raduno più grande di sempre

TREVISO. È un capolavoro, che solo gli alpini avrebbero potuto firmare. Treviso è una bomboniera, tiene 83.500 abitanti entro il suo piccolo recinto di acque e canali, piazze e strade. Ma ieri, in una domenica di maggio, si è dilatata, come per miracolo, e nel suo piccolo cuore, quello racchiuso dalle mura, ha voluto accogliere il mare infinito di alpini da tutto il mondo.

Era la 90esima adunata, quella del Piave. Degli alpini e del popolo che li ama, avanguardia di una nazione intera, e degl ...

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TREVISO. È un capolavoro, che solo gli alpini avrebbero potuto firmare. Treviso è una bomboniera, tiene 83.500 abitanti entro il suo piccolo recinto di acque e canali, piazze e strade. Ma ieri, in una domenica di maggio, si è dilatata, come per miracolo, e nel suo piccolo cuore, quello racchiuso dalle mura, ha voluto accogliere il mare infinito di alpini da tutto il mondo.

Era la 90esima adunata, quella del Piave. Degli alpini e del popolo che li ama, avanguardia di una nazione intera, e degli emigranti in ogni angolo del mondo. E alla fine sono stati 500 mila, quelli arrivati nel fine settimana a Treviso.

Mai adunata è suonato termine riduttivo. E’ stato un fiume impressionante di quasi centomila penne nere. In oltre diecimila file, in fila per nove, a colpi di seimila l’ora, in un letto di poco più di 2 chilometri. Esattamente 2.168 metri. Un fiume di tricolori, di cappelli e penne a incorniciare facce vissute, camicie, divise, zaini, sci, corde, equipaggiamenti. E ancora muli, fratelli sulle creste e sui sentieri, e cani, quelli che dalle macerie dei terremoti e dalle valanghe tirano fuori i superstiti, assieme a strani bipedi. E auto, e jeep, e vecchissimi veicoli della Prima Guerra e modernissimi blindati. La storia di 145 anni della truppe di montagna.

Treviso non voleva farlo scorrere, per non lasciarlo andare via. Treviso è piccola ma nel suo enorme cuore fa stare tutti, anche se deve accendere le luci, quando cala la sera e mancano ancora tutti gli alpini trevigian i. Tredici ore, in mezzo a due argini di affetto che la città erige spontaneamente, e che non ha mai visto nella sua storia. Sono mura non di pietra, ma di amore di una folla sterminata, dagli spalti dei bastioni alle transenne, dai palchi, alle finestre e alle terrazze. Ragazze e donne, bambini e uomini, ragazzi e nonni, ragazze e nonne. Treviso, Veneto, Italia. Tendono mani, i piccoli chiedono un cinque agli alpini Applausi, cori, grida, a scuotere il fiume. E le penne nere che scandiscono province, cantano, ricambiano: «Treviso hip hip hurrah», «Brava Treviso, e grazie».

Un abbraccio infinito. Nessuno vuole spezzare l’incantesimo di una domenica indimenticabile. Non c’è fatica, per la maratone: l’amore ricambiato si riverbera su mura e palazzi, dalle case ai bar e ai negozi, trasportato dalle note delle fanfare e dalla colonna sonora degli speaker, instancabili animatori di storia, passione, aneddoti, nomi, altrettanti fremiti e sussulti del cuore. Come si fa a restare impassibili, quando Silvio Biasotti, 104 anni e 80 adunate sulle sue spalle ancora toste, cammina per cento metri per arrivare sotto il palco, in un’ovazione, e poi abbracciare il ministro della Difesa, per dirle «ti aspettavo»? Di salire sulla jeep non vuole saperne. O quando Riccardo, alpino bassanese malato di Sla, sfila in carrozzina con la moglie? O vedi gli abbracci toccanti di chi si ritrova dopo anni e anni? E gll alpini dei cinque continenti, non certo giovanissimi, che aspettano tutto l’anno sfilare orgogliosi dopo ore e ore di volo?

Treviso, puoi inebriarti. Hai scritto ieri qualcosa di memorabile: mai la città ha potuto assistere a un simile spettacolo, mai ha visto tanta gente. E forse te ne renderai conto oggi quando dovrai rientrare, bruscamente, nella quotidianità.

L’apoteosi delle penne nere trevigiani regala ovazioni, fiori che piovono. Onde e sussulti del cuore a ogni fila, a ogni vessillo e striscione, ai muli, umili eroi di fatica e per questo fratelli degli alpini. E’ anche il trionfo di Zaia, con i suoi pollicioni e le dita a V: osannato, chiamato, inneggiato, c’è chi esce dai ranghi per cercarlo e salutarlo. Ultimo colpo di scena alle 21 passate: il cavalleresco Manildo gli cede il posto tra i sindaci a Gentilini, in prima fila. E salta anche il protocollo: show dello sceriffo, ma ovazioni per tutti gli amministratori.

Ma è davvero tutto finito? Una città reinventata senza auto, una provincia policentrica spalmata da giorni di alpini e di eventi. Piave, Montello e Grappa, con i sacrari dei caduti, grati per gli omaggi – riconfermati nel passaggio davanti al monumento di piazza Vittoria, opera di Arturo Stagliano.

La memoria, Treviso. Prima linfa degli alpini e della nostra comunità, prima radice di quei valori riaffermati ieri, in tempi di pace: solidarietà e altruismo, fatica e sacrificio, dovere e aiuto

Ma l’adunata numero 90 si proietta nel futuro, dopo le edizioni 1967 e 1994. Indimenticabile, sterminata, mostruosa nei numeri, ma umana e familiare nello spirito. Stecca impegnativa, quella che Trento ha ricevuto quasi fuori tempo massimo: le 4 sezioni Ana trevigiane e i 4 moschettieri sindaci (Manildo, Tonon, Zambon e Fregonese) consegnano una sfida nella sfida. L’adunata della Vittoria, dopo quella indimenticabile del Piave.