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All'adunata di Treviso anche le alpine per passione: «Quella divisa un sogno realizzato»

All'adunata di Treviso anche le alpine per passione: «Quella divisa un sogno realizzato»

Forti, intraprendenti e coraggiose, senza rinunciare a un tocco di vanità quando indossano la divisa. Sono le donne alpino che tingono di rosa l'Adunata del Piave di Treviso

TREVISO. Forti, intraprendenti e coraggiose, senza rinunciare a un tocco di vanità quando indossano la divisa. Sono le donne alpino che tingono di rosa l'Adunata del Piave. Professioniste sull'attenti accomunate da una passione che spesso si fatica a trovare nei colleghi maschi (e sono loro stessi i primi ad ammetterlo).

Eroine moderne accettano di raccontarsi mentre prestano servizio alla Cittadella militare all'ex pattinodromo. Incontrarle è il modo migliore per capire cosa le abbia spinte alla vita di caserma. Un ambiente che fino al 2000 era precluso al gentil sesso. Poi l'apertura e l'inizio di una nuova era che arriva fino al presente.

Cliché e stereotipi hanno iniziato a sfumare: oggi il 10% delle truppe alpine è donna. Amor di Patria e un filo di trucco. Sogno di bambine oppure desiderio di adulte, costanza e sacrificio per realizzarli. «Da piccola ci pensavo ma ho intrapreso una strada più “classica” fino a quando ho sentito la voglia di provare un'esperienza forte». Dopo la laurea in fotografia Martina Bassani, 26 anni di Brescia, ha deciso di andare sul sito dell'Esercito, fare domanda, accedere alla selezione, superarla e raggiungere il RAV di Verona, scuola dove si apprende la disciplina militare. Appartiene al 7° Reggimento Alpini di Belluno. Tra le esperienze più belle ci sono le “continuative”: si sta fuori per giorni nei boschi a contatto con la natura estrema. La forza fisica è solo una sfaccettatura, una parte del tutto. Mostrine e medaglie vanno di pari passo nel curriculum di Sarah Pardeller, 28enne, già sciatrice alpina di fama internazionale e ora caporalmaggiore scelto. Insegna agli istruttori. «Ho avuto una doppia fortuna, entrare nell'esercito come atleta e poi approdare alla sezione Sci Alpinistica. D'inverno sulla neve, d'estate sulla roccia. Non potrei chiedere di meglio».

All'ospedale da campo dell'Ana c'è il direttore sanitario Federica De Giuli. Cappello con penna bianca, a indicare il grado di ufficiale superiore della riserva, si emoziona quando parla della «bravura e dell'impegno di tanti volontari che costruiscono ogni volta dal nulla la struttura sanitaria».

Servono voglia, disciplina e passione per diventare donne alpino, ma quello che si può ricevere in cambio non ha prezzo. «Per me non si tratta di un lavoro, ma di una missione» racconta Elisa Montanari, 31 anni, primo caporalmaggiore con l'inconfondibile basco nero del Reggimento di Cavalleria. Prima faceva l'arredatrice di yacht, tutto è cominciato nel 2009. Non lo disse subito ai genitori, ma il segreto durò poco, vista la professione di postino del padre. Fa un certo effetto vederla mentre accoglie i bambini accanto a un enorme carro blindato, dispensando sorrisi e informazioni tecniche.

«Siamo donne, abbiamo voglia di metterci in gioco. Affrontare delle prove aiuta a conoscere prima di tutto noi stesse» dice. Tra le esperienze che più l'hanno coinvolta emotivamente, una missione di sei mesi in Libano. Il luogo comune porta fuori strada, si pensa alla donna al poligono o in tuta mimetica come un alter ego maschile, non è così. «Essere al servizio degli altri permette di guardare il mondo con altri occhi. Te ne accorgi quando torni a casa e riscopri il piacere di passare una domenica in famiglia». La divisa non cancella le emozioni.

 

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