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Veneto, terra di viaggi e viaggiatori, ma soprattutto cemento

La percentuale di suolo consumato a livello regionale supera di 3 punti la media nazionale, rendendoci, dopo la Lombardia, la regione più degradata del Paese. Ecco i dati

TREVISO. L’annuale aggiornamento del rapporto stilato da ISPRA certifica un rallentamento a livello nazionale nel consumo del suolo. La stesura di una “cartografia nazionale del consumo di suolo”, allegata al rapporto, fornisce per la prima volta una fotografia ad alta definizione dello stato di salute del Paese, poiché raccoglie ed elabora con criteri finalmente univoci i dati raccolti dalle varie ARPA. Il nuovo approccio è stato esteso anche alle stime dei rapporti precedenti, riviste in difetto rispetto a quanto originariamente riscontrato.

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La cementificazione continua a crescere in modo significativo, mangiando ogni secondo tra i 6 e i 7 m2 di territorio per un totale stimato di 21.000 km2 (circa il 7% della superficie italiana ovvero 3 milioni di campi da calcio) tuttavia, per la prima volta dagli anni ’50, nella maggioranza delle regioni mantiene lo stesso ritmo degli anni precedenti senza accelerare.

Nel Veneto il rallentamento è dovuto più all’effetto prolungato della crisi economica e alla sostanziale stabilità demografica che all’adozione di politiche di tutela. La percentuale di suolo consumato a livello regionale supera di 3 punti la media nazionale attestandosi attorno al 10%, rendendoci, dopo la Lombardia, la regione più degradata del Paese (circa 18 mila km2).

Considerando il consumo effettivo di suolo, cioè rimuovendo dalle stime le aree naturalmente protette dalla “minaccia umana” come le montagne e i fiumi, la percentuale sale ulteriormente al 15%. La performance negativa è infatti mitigata dalla provincia di Belluno la quale, a causa del territorio montuoso, si distacca nettamente dalle altre province, risultando tra le più integre del Paese. I circa 32 mila km2 di cemento della Marca (13% del totale, pari all’intera estensione del Parco naturale delle Dolomiti Bellunesi) la proiettano, a braccetto con le province di Padova, Venezia e Verona, ai primi posti di questa non invidiabile classifica. Se la provincia scaligera è quella in cui si è costruito in assoluto di più, Padova, Treviso e Venezia si distinguono per essere tra le peggiori d’Italia sia in termini assoluti di suolo consumato, sia come percentuale della propria estensione territoriale. Insomma, si costruisce tanto, troppo e soprattutto ovunque.

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Un segnale di benessere e prosperità industriale? Non proprio. La lettura dei rilievi effettuati dall’Osservatorio Suolo dell’ARPAV evidenzia infatti che il consumo regionale tra le diverse classi di suolo è concentrato nelle prime classi di qualità, ovvero in quelle aree di pianura riconosciute come le più fertili dell’intero Paese, definitamente sottratte all’agricoltura. In queste categorie ricadono inoltre i suoli a medio impasto, fondamentali nel far defluire le acque piovane e ricaricare le falde. Funzioni ecosistemiche andate irrimediabilmente perdute visti i tempi geologici di rigenerazione del suolo.

Nella provincia di Treviso i valori più alti si registrano nel capoluogo (33%) e nella cintura di comuni limitrofi: Casier (31%, ottavo peggior comune dell’intera regione), Villorba (25%) e Preganziol (23%) raggiungono percentuali di urbanizzazione comunale superiori a quelle di grandi città come Roma, Bologna o Genova. Male anche San Vendemmiano (24%) che ormai forma un unico agglomerato urbano con Conegliano.

il confronto
il confronto

La dispersione urbana che ha caratterizzato il miracolo economico nordestino si riflette oggi nella proliferazione indiscriminata dei capannoni nelle campagne, nella crescita frenetica e disordinata di paesi e città, in rotatorie esagerate che non saranno mai riempite dalle automobili. I comuni della Pedemontana sono invece i più virtuosi: il migliore è Fregona con appena il 2% del suolo consumato, seguita da Miane, Cison di Valmarino, Segusino e Revine Lago e Monfumo al 3%.

La protezione e l’utilizzo razionale del suolo non hanno solamente una importanza ambientale ma contribuiscono alla qualità della vita dei cittadini. La copertura artificiale del suolo, e in particolare la sua impermeabilizzazione, rende le città vulnerabili alle precipitazioni straordinarie, riduce gli spazi destinati alle attività ricreative e aumenta la quantità di polveri sospese in atmosfera. Inoltre, creando nuove superfici riflettenti, è responsabile dell’effetto “isola di calore” cioè l’incremento delle temperature locali. Quest’ultimo fenomeno è particolarmente avvertibile in questi giorni, tanto che secondo i meteorologi  quella a Treviso sarà una delle estati più torride dell’intera Penisola.

Nonostante ciò, l’integrazione dei temi ecosistemici nella pianificazione locale è considerata ancora oggi, e troppo spesso, una voce accessoria. A tutto il 2014, a distanza cioè di oltre 10 anni dall’approvazione della legge urbanistica, ARPAV ha approvato i piani di assetto del territorio (PAS) di 73 dei 95 comuni della Provincia. Di questi, solamente 7 contenevano le cartografie dei suoli necessarie per elaborare le valutazioni di impatto dovute alle variazioni di destinazione. Chiaro indizio del perché, nonostante il rallentamento, è ancora presto per parlare di inversione di tendenza.
 

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