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«Due uomini conviventi sono una famiglia»

Storica sentenza del giudice civile a Treviso, che boccia il Comune e affida le ceneri del defunto all’uomo compagno di una vita

Due conviventi che abbiano un rapporto stabile, serio e duraturo, omosessuale o eterosessuale che sia, possono essere considerati famiglia. La sentenza emessa tre giorni fa dal giudice Alberto Barbazza della prima sezione civile del Tribunale di Treviso segna un punto fermo rivoluzionario nel percorso per l’affermazione dei diritti civili sia delle persone conviventi, sia delle cosiddette “coppie di fatto”. La sentenza arriva al termine di una battaglia legale intentata oltre due anni fa da Giuseppe Sinaldi, oggi 79 anni, contro il Comune di Treviso. Sinaldi, ex operatore cinematografico, aveva chiesto al Comune di Treviso di poter portare a casa le ceneri di Sergio, l’uomo con il quale aveva convissuto per oltre 25 anni dopo un’amicizia nata quand’erano ragazzi e terminata con il lungo calvario della malattia di Sergio, morto nel 2011.

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Né fratelli, né parenti, Giuseppe e Sergio avevano però condiviso tanto, forse tutto: dalla casa ai conti in banca, dalla macchina ai viaggi, perfino il lavoro. Un legame stretto, unico, quello tra i due, ma senza etichette. Erede degli averi dell’amico, Giuseppe però chiese di poter essere il custode delle sue ceneri pur non essendo un parente. Ma il Comune di Treviso rispose no, e lui decise di non darsi per vinto.

Di qui la causa. Da una parte il Comune, che sosteneva con fermezza l’infondatezza «di fatto e di diritto» delle richieste di Sinaldi, che non essendo un familiare non poteva accedere ai diritti di questi ultimi; dall’altra lui, assistito dall’avvocato trevigiano Innocenzo d’Angelo. Due anni di memorie ed udienze, scanditi da un cambio di giudice in corsa, e dalla svolta storica avvenuta nel Comune di Treviso dove ai vent’anni di Lega seguiva la prima giunta di centrosinistra, pronta a promuovere i diritti civili, ma non altrettanto a scegliere di dare ragione alle richieste di Sinaldi, che pure aveva scritto al sindaco (inascoltato) chiedendo che accogliesse le sue richieste.

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La causa si è chiusa il 15 dicembre, con quasi venti pagine di sentenza scritte dal giudice Barbazza. Un’analisi attenta, per tutte le sue sfaccettature del caso, ma concentrata sul dare senso a una parola, “familiare”, «assente nella Costituzione come nel codice civile» scrive Barbazza. Nell’atto si citano la Corte Costituzionale e la Corta di Cassazione, sentenze su casi diversi, chiamati a dirimere questioni peculiari su alloggi e eredità, fino ad arrivare a definire «la rilevanza giuridica e la dignità stessa del rapporto di convivenza», fino a sottolineare come l’orienta mento giurisprudenziale nei confronti della famiglia di fatto e dei conviventi punti a tutelarne i diritti «anche all’interno di una unione di fatto che abbia caratteristiche di stabilità e serietà».

«Escludendosi che con la locuzione familiare si faccia riferimento esclusivamente ai parenti» scrive il giudice Barbazza riferendosi al caso Sinaldi, «questo giudice ritiene necessario estendere l’interpretazione del termine familiare anche al convivente more uxorio». Sinaldi potrà portare a casa le ceneri dell’amico, quelle che lui voleva fossero sparse in Carinza, la terra delle loro vacanze. E a Treviso, pur su un caso particolare, si segna un punto di svolta generale.

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