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Nella Marca bastano 50 comuni

Prima scadenza delle sperimentazioni avviate dalle amminstrazioni sarà gennaio. Vigili Pavan: "Risparmi notevoli con ventimila abitanti"

Convenzioni per i servizi rivolti ai cittadini, unioni e addirittura fusioni tra Comuni: la Marca trevigiana è diventata laboratorio per il futuro delle amministrazioni locali, strette fra tagli draconiani dei trasferimenti statali e necessità di fare sistema per non sfiorare il fallimento.

Vera e propria fusione in vista tra i Comuni di Villorba e Povegliano, sulla stessa linea San Polo e Ormelle, mentre nel Quartier del Piave un grupo di sindaci è al lavoro per creare una unione dei Comuni per il bacino dei 37 mila residenti di Pieve di Soligo, Farra, Moriago, Sernaglia, Refrontolo e San Pietro di Feletto.

Anche perché la legge parla chiaro: per il 2014 i Comuni con meno di 5 mila residenti dovranno fare massa critica tra loro, mentre quelli con meno di mille abitanti dovrebbero - per ora è solo un caldo invito - puntare alla fusione vera e propria, e per la Marca si fa il nome di Portobuffolé, che però nicchia; mentre, apparente paradosso, il sindaco Marco Serena (Lega) del Comune di Villorba - municipio che vista la sua grandezza potrebbe camminare in autonomia - ha messo la quarta per fare tutt’uno con Povegliano.

Quello che è comunque certo è che dal primo gennaio del prossimo anno (sempre che non scatti l’ennesima proroga) 31 Comuni su 95 della Marca trevigiana, quelli appunto con meno di 5 mila abitanti, se non fondersi dovranno però almeno gestire in forma associativa le loro nove principali funzioni: finanze, servizi pubblici di interesse generale come il trasporto pubblico, catasto, urbanistica ed edilizia, protezione civile, raccolta rifiuti e relativa riscossione dei tributi, servizi sociali, edilizia scolastica e polizia municipale. Taglia corto Vigilio Pavan, presidente dell’associazione Comuni della Marca: «L’obiettivo finale è quello di passare dagli attuali 95 Comuni trevigiani a una cinquantina. Abbiamo fatto uno studio: la grandezza ottimale sarebbero Comuni appena sotto i 20 mila abitanti, cosa che produrrebbe una spesa procapite di 950 euro contro i 1.200 euro a residente dei comuni sotto o sui 10 mila abitanti e i 1.600 euro di costo procapite per i Comuni con più di 20 mila abitanti».

A stabilire la riorganizzazione dei Comuni italiani è l’articolo 19 del decreto legge numero 95/2012 convertito nella legge 135/2012, che disciplina appunto «la gestione associata obbligatoria, attraverso unione di Comuni o convenzione, delle funzioni comunali, prevedendo che i Comuni con popolazione fino a 5 mila abitanti, ovvero 3 mila abitanti se appartenenti o appartenuti a Comunità montane, debbano svolgere almeno 3 funzioni fondamentali entro il primo gennaio 2013». Non basta: «Dal primo gennaio 2014» sempre i Comuni con meno di 5 mila abitanti «dovranno esercitare in forma associata» praticamente tutte le altre loro principali funzioni. Ancora Pavan: «C’è da dire che comunque i sindaci trevigiani sono stati tra i primi ad aprire una riflessione, autonomamente, sull’accorpamento dei servizi, partendo ad esempio con il mettere insieme attraverso convenzione le polizie municipali di amministrazioni contermini, penso a casi come quello di Paese, Istrana e Morgano. Le unioni tra Comuni riguardano invece la gestione associata del territorio mentre le fusioni sono vere e proprie compenetrazioni tra amministrazioni, che finendo sotto lo stesso tetto cambiano anche nome, e la cosa può interessare dai 2 fino ai 5-6 Comuni». E la flessibilità tiene banco, in tutti i sensi, anche attraverso proposte di spacchettamento territoriale: «Il sindaco di Silea Silvano Piazza», continua Pavan, «Se da una parte ha aperto una riflessione sull’opportunità di unire Silea a Roncade, dall’altra ha anche detto che avrebbe senso che la porzione di territorio di Silea che dalla tangenziale tocca i confini di Treviso passasse sotto la diretta gestione del Comune di Treviso».

I Comuni trevigiani puntato a convenzioni, unioni e fusioni anche per giocare d’anticipo rispetto alla Regione Veneto, che sta lavorando a un piano di riorganizzazione territoriale “a freddo”, «meglio quindi che le decisioni partano dal basso, ossia dai sindaci e dai consigli comunali, ossia dal territorio», conclude Pavan.

Una realtà in evoluzione, che dovrà fare i conti anche con altri due aspetti dirompenti, dal punto di vista amministrativo e gestionale: la città

metropolitana che accorperà Padova, Treviso e Venezia, e che alla fine dell’opera dovrebbe avere un solo sindaco, ma anche la continuamente annunciata soppressione degli Province, intese come enti, che distribuirà nuove deleghe alla Regione ma anche ai Comuni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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