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Un grido dal Veneto: secessione dai lumbard

Marzio Favero, sindaco di Montebelluna: «Ora Zaia prenda le redini» La rabbia dei militanti: «Traditi». Stiffoni si dimette dal consiglio di tesoreria

TREVISO. Per misurare la febbre del movimento basta prendere un caffè alla Locanda Stella d’oro di Quinto, alle porte di Treviso, e chiedere conto al titolare Bepi Graziati. «No, non è un bel momento» sibila amaro pensando ai tempi in cui, con Fulvio Pettenà, dava di acqua, farina e aceto per confezionare la colla con cui attaccava i primi manifesti sotto i cavalcavia. Oggi Fulvio Pettenà è presidente del consiglio provinciale di Treviso ed è come se gli fosse crollato il mondo addosso:«Mi son cadute le braccia, non trovo giustificazione: così si distrugge tutto, è un colpo che lascerà il segno, tocca persino la famiglia reale...»

Trenta chilometri più a nord, a Farra di Soligo, Graziano Girardi continua a vendere mutande nella sua merceria. Nel 1983 è stato il primo parlamentare della Liga veneta, senatore per una legislatura, ai tempi in cui Craxi era presidente del Consiglio e Forlani vicepremier. Oggi ha 72 anni e continua a votare Lega: «Ma la gente è stanca, c’è una grande delusione e molta rabbia. Adesso sento dire che Bossi vuol mettere in politica il secondo figlio. No, non è questa la Lega che ho conosciuto e l’idea per quale ho lottato».

Nella culla del leghismo veneto, dove trent’anni fa tutto è cominciato, i militanti del Carroccio descrivono questi come i giorni più lunghi del movimento. Il presidente della Provincia, Leonardo Muraro, propone Roberto Maroni «segretario subito». Il vicesindaco Giancarlo Gentilini si aggiunge: «E’ una tragedia. Facciano un passo indietro tutti, da Bossi al figlio, da Rosy Mauro e Piergiorgio Stiffoni». Quest’ultimo, senatore trevigiano, è nel consiglio di tesoreria della Lega Nord con Roberto Castelli:praticamente i vice di Belsito. Oggi daranno le dimissioni nelle mani di Bossi. Gianpaolo Gobbo, sindaco di Treviso, prova ad arginare: «Chi ha sbagliato, paghi. Ma Bossi non c’entra e fa parte della storia della Lega, come Maroni. Due facce della stessa medaglia». Così Gianpaolo Dozzo, capogruppo alla Camera, maroniano: «Conosco bene Bossi e so che non è mai stato attaccato ai soldi». Difendono il Senatur ma invocano una svolta: generazionale, politica, di metodi.

Ma da Vittorio Veneto a Motta di Livenza, da Vedelago a Borso del Grappa serpeggia, sempre più forte, la voglia di staccarsi dalla Lega lombarda e riprendere il cammino della Liga veneta. In fondo, tutti i casini nascono tra i lumbard.

Comincia a pensarlo Toni Da Re, fino a pochi giorni fa segretario provinciale: «E’ ora di staccarsi e i veneti devono contare di più, prendere in mano le sorti della Lega Nord. La gente ha le palle girate, così andiamo sempre peggio. E chi ha sbagliato paghi. Pu-li-zia». Marzio Favero, sindaco di Montebelluna, è l’autore di un manifesto per la «nuova Lega» presentato giusto un mese fa: «Questa storia è devastante, lacerante per tutti, muore un pezzo di storia: provo un dolore profondo a vedere il nostro leader, stanco e malato, schiacciato da un cerchio magico che mi sembra più che altro una corte dei miracoli. Le stanze romane hanno ammorbato il nostro movimento. Serve una svolta radicale, i veneti devono fare una riflessione profonda sul proprio ruolo: è tempo che Luca Zaia si faccia carico di questa croce e assuma la leadership politica di questa nuova Lega, che deve partire dai sindaci e dagli amministratori sul territorio» .

Nel Veneto dove la Lega, alle Regionali 2010, ha contato 788.581 voti, cresce il desiderio di far da sè. Voglia di azzerare il patto federale del 1989, l’abbraccio con la Lega lombarda e piemontese che ha dato vita alla Lega Nord. Regalando due governatori e una messe di parlamentari, sindaci e amministratori, ma evidentemente intaccando la purezza del movimento: «Chi va al mulino si infarina» chiosa Mariangelo Foggiato, il primo a rompere con Bossi sulla secessione. «Andai a Gemonio nel 1998 e gli dissi:sciogliamo la Lega Nord e torniamo ai movimenti indipendentisti regionali. Ma lui non volle sentir ragione. Adesso è evidente che quel progetto politico è al tramonto. E meschino mi sembra il tentativo di Maroni di smarcarsi da un progetto che pure ha condiviso fino in fondo».

«Un brutto momento, la gente non ci vota più, cresce la voglia di autonomia» aggiunge da Calalzo di Cadore Gino Mondin, l’albergatore che ogni anno ospitava Bossi e Tremonti per la cena degli ossi. E da Venezia Daniele Stival, assessore regionale alla protezione civile: «E’ una botta, non c’è dubbio. Adesso

è necessario pensare a una nuova strategia». La tentazione di andar da soli –paroni a casa nostra – è forte. Luca Zaia, nel suo ufficio affacciato sul Canal Grande, annusa l’aria e scuote la testa. «Rischiamo di fare la fine della Democrazia cristiana».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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