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«Vi spiego tutti gli errori di Schettino»

Martino Pellegrini: «L’inchino l’ha voluto il comandante. Dopo l’incidente era molto alterato. Ho chiesto io l’evacuazione»

 «Ho sentito il comandante Schettino dire testualmente: “Cazzo! Non lo avevo visto”, parlava dello scoglio».

E’ quanto ha riferito agli inquirenti Martino Pellegrini, l’arcadese ufficiale della sicurezza sulla Costa Concordia naufragata all’Isola del Giglio.

Una testimonianza fondamentale, la sua, per ricostruire i fatti di quella notte, e che di certo non alleggerisce la posizione del comandate Schettino.

Nella sua deposizione Pellegrini sostiene la sua incapacità di decidere nell’emergenza: «Non appariva comprendere la gravità della situazione, aveva un’espressione assente»; e conferma che l’inchino è stata una scelta del comandante: «Il primo ufficiale Ambrosio credendo di essere troppo vicino alla costa ha ordinato al timoniere di virare, il comandante l’ha sollevato dalla responsabilità ed ha ordinato al marinaio timoniere di mantenere la rotta»

. Non si fa cenno, nelle dichiarazioni di Pellegrini, a Domnica Cemortan la moldava che sarebbe stata presente nella sala del comando, e Pellegrini non ha idea di quando Schettino abbia abbandonato la nave perché in quegli istanti si trovava sul ponte per salvare i passeggeri.

Ma afferma che la Costa Crociere «aveva sospeso per trenta giorni i precedenti safety e trainer officer», e che lui stesso al momento dell’imbarco aveva «riscontrato un livello di preparazione non soddisfacente»; situazione risolta «aumentando la preparazione alla gestione delle emergenze da parte dell’equipaggio».

Dopo l’impatto con lo scoglio sul ponte di comando «c’era preoccupazione ma non panico – ha detto l’ufficiale di Arcade al magistrato - non c’era la piena comprensione di quello che era avvenuto. Ho sentito il comandante dire testualmente “cazzo, non l’avevo visto”, e poi dire a qualcuno “bilanciamo la nave” senza specificare come. A bordo sono presenti diversi sistemi di bilanciamento. In quel frangente il comandante si è lasciato andare ad esclamazioni di preoccupazione per avere fatto finire la nave sugli scogli e per le conseguenze sul suo lavoro. Mi è sembrato alterato e andava a peggiorando. Gli tremava la voce».

Martino Pellegrini descrive un corpo ufficiali costretto a prendere da solo le decisioni: «Noi eravamo concordi sulla necessità di dichiarare l’emergenza generale. Ma il comandante non appariva comprendere la gravità della situazione. Quando abbiamo ricevuto la comunicazione che l’acqua era arrivata al ponte delle paratìe stagne, il comandante ha chiesto il numero di telefono del comandante di un rimorchiatore. Io e Scarpato (terzo ufficiale) ci siamo guardati con fare interrogativo, non era l’azione prioritaria da compiere. Nel frattempo avevo ancora al telefono Borghero (direttore di macchina in seconda) che mi chiedeva cosa dovesse fare visto che la sala macchine si stava allagando. Ho chiesto al comandante che disposizione dare, ma mi ha guardato con espressione assente, e non mi ha dato risposta. Sono stato io a dirgli di evacuare. Visto che il comandate in secondo Christidis non aveva ancora manifestato l’intenzione di sollecitare il comandate, ho attirato la sua attenzione afferrandolo per un braccio e gli ho detto “k2, gli dica che dobbiamo andare avanti con l’emergenza».

Solo a questo punto il comandate Schettino ha annuito. In quel momento Pellegrini si riporta sul ponte per aiutare le operazioni di salvataggio dei passeggeri attraverso le lance. «Sono rimasto sulla poppa sinistra fino a quanto è stato possibile. Una lancia, si era bloccata a causa dello sbandamento della nave. A bordo c’erano 150 persone ho fatto sì che la lancia scivolasse sulla fiancata.

L’ho fatto per tre lance. Poi mi sono spostato e abbiamo fatto imbarcare altre 105 persone sulle zattere. Ero all’interno di una di esse per aiutare le persone a salire, ma non ho fatto in tempo a scendere che mi sono trovato alla deriva. Poi mi sono fatto portare sotto bordo per risalire».

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