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Addio Zanzotto, poeta della Marca
Dalla terra-carne ai neutrini

L’uomo e la natura: un interesse lungo una vita per il respiro dell’ambiente

TREVISO. La favola dice che Andrea Zanzotto, fino a pochi anni fa, ossia fin quando le gambe gli dissero sì, s'aggirasse per le colline dei suoi luoghi, che conosceva come e più delle sue ubbie, cercando un angolo, un prato, un affaccio adatto alla sepoltura del poeta Andrea Zanzotto. La stessa favola dice che non lo trovò mai, anzi che non lo voleva trovare e non lo trovò. Oggi piangiamo il poeta Andrea Zanzotto. E chissà se nel suo testamento quel luogo è citato.

Di certo quel vecchio-bambino, sempre affacciato sul futuro ma con uno zaino pieno di passati, aveva un legame forte con la gente della terra natale, con le sue belle e umanissime miserie e con i suoi minimi eroismi. Tanto da trarne i personaggi di una serie di importanti racconti (alcuni riservati ai bambini), oltre alle parole e alla lingua di tanta poesia dialettale. Aveva uno straordinario legame anche con le cosiddette scuole primarie della sua Terra, ovvero con i ragazzi, lavagne pulite su cui scrivere una testimonianza indelebile, spugne curiose e attente ai temi che il poeta aveva frequentato e amato e che con loro condivideva: la natura, il saccheggio della terra, uno sguardo all'infinitamente grande e _ di recente, appassionatissimo _ all'infinitamente piccolo.

Me ne stupii, un giorno, a Treviso, quando scese dai suoi colli _ lui, così schivo, un po’ indolente e dolcemente snob _ a premiare i bambini delle elementari che avevano concorso a un premio di poesia. L'allora piccola Gaja, figlia di chi scrive queste note, aveva scritto una cosa bella sui gerani al balcone, e il poeta se n'era compiaciuto porgendole un preziosissimo volume: un vocabolario. Insegnante era stato, insegnante sarebbe rimasto. Sempre. Ma sempre aggiornato: s'incaponiva con piglio alessandrino, alle sue ultime scoperte, Zanzotto. Che in questi giorni s'era infatti appassionato ai velocissimi neutrini, a quella velocità della luce da essi battuta, anzi corretta.

Eppure il suo pensiero partiva sempre dalla terra. “Terra carne”, l’aveva definita. Tutto partiva Dal camminare per i campi, le radure, i boschi cedui, le vigne, le zolle: "...andar par canp e rive e zhope", come scriveva in Filò. E in questo si può riconoscere un legame con un altro grande della letteratura veneta, pur così distante - per formazione -dal professore solighese: il montanaro, agrimensore, ex dipendente del Catasto e preciso catalogatore di flora e fauna Mario Rigoni Stern, asiaghese. In comune, oltre alla poesia, avevano lo sdegno, il coraggio civico. E l'amore per l'uomo e la natura. Terra-carne: l'uomo e la natura. Le due cose insieme, mai disgiunte o contrapposte.

Lo vedevano passare, i contadini (che dalle parti di quella Sinistra Piave sono ormai quasi tutti, per convenienza o amore, vignaioli, anzi proseccaioli) non osando importunarlo troppo. Al massimo si concedeva a qualche breve conversazione sul tempo, l’innesto, le erbe officinali. «E del resto anch'io, rispettando il suo carattere schivo e la sua timida nobiltà, pur avendone voglia e curiosità di poeta, rinunciai ad approfindire un rapporto che pure, molti anni fa, poteva prendere consistenza»", dice Marco Goldin, critico d'arte e curatore di mostre-fenomeno, che quegli stessi colli li frequenta da anni a piedi o a cavallo di una mountain bike.

«Arrivò a casa nostra un paio di volte, parlava di terre e di vini con competenza e amore_ racconta oggi l'avvocato Tommaseo Ponzetta, pronipote di quel Niccolò Tommaseo linguista, scrittore e patriota, nonchè autore di un epocale dizionario della lingua italiana in 8 volumi _ Ero un ragazzo e lo guardavo con ammirazione. Era Il Poeta. In casa se ne parlava con grande rispetto. Come di un altro ospite frequente ma diverso: Goffredo Parise». In comune con quest'ultimo _ vicentino di nascita ma innamoratosi del Piave e stabilitosi a Salgareda _ aveva il fiume sacro. E lungo il Piave, tema filtrato dalla Grande Guerra, c'è quel Montello che diventò elemento vivo e vivido del Galateo di Bosco. Zanzotto vi dedicò addirittura qualche cartina tracciata a mano e pur pregevole. Quartier del Piave, Montello, colli del Prosecco. Il tutto conosciuto pedibus calcantibus, con gli occhi, gli orecchi, il tatto e la parola. Parola: scambiata, elaborata, condivisa, digerita e risputata in forma, spesso, d'un dialetto pieno di spigoli e di soffi, di zeta e di consonanti tronche.

Un dialetto che non è quello consumato e inquinato di oggi. Se lo era ritrovato addosso nel 1921, quand’era nato, poi era corso a sciacquare i panni in arno, ma anche in greco e latino. Era cosro a riprenderlo così, antico, come lingua sorgiva, fino a farlo diventare nobilissimo e degno di letteratura. Scorrendo i suoi scritti, “stracaganasse” o castagne secche (sempre Galateo) e richiami a Holderlin (Prospezioni e Consuntivi) si mischiano così come gli incontri quotidiani di un letterato che il mondo l'ha sempre visto da casa, senza bisogno di fare il viaggiatore cone Parise, ma senza farsi mancare niente (perduto l'uso delle gambe. frequentava Google e Rai News 24 con puntiglio e continutà, non facendosi mai trovare impreparato dalla telefonata che gli chiedeva un parere).

Ma torniamo alla terra-carne-lingua. La sorella-perpetua del prete “bassissima e rugosa", rubata alla sua gente, alle facce di ogni giorno ("volti oblunghi e magri, denti sporgenti stature trampoli") , certo, non ingannano: "el professòr" parla con gli umili, ma poi filtra, traduce, scarnifica. Ciò che resta, la sua opera, è letterario, difficilmente fruibile da quella stessa gente che lo ispira, nonostante l'equivoco del dialetto del Quertier del Piave. Eppure quella gente sa: il professore-poeta che parla con competenza di innesti e nubi da pioggia, è uno che a quest’ora, come diceva ieri un anziano a Pieve, avrebbe potuto prendere «l’Oscar». E più correttamente di Nobel per la letteratura parla anche Marzio Favero, sindaco di Montebelluna, un leghista – credeteci – che ha letto più di mille libri. «Una delle cose che andrebbero riconosciute a questo grande poeta – dice – è di aver scoperto la valenza del paesaggio come specchio delle virtù e dei peccati di un corpo sociale. Quando Zanzotto parlava di questo, il mondo intellettuale italiano ignorava il tema. Un altro merito è aver frequantato una pluralità di fonti linquistiche. E’ stato un cantore della nostra terra, ma è stato

soprattutto un poeta e un pensatore di statura mondiale».

Le virù e le manie: diversamente da Rigoni Stern che anava raccontare la botanica, a Zanzotto piaceva scoprirla. Un esempio? Scoprì - si fa per dire - la vitalba. E la fece sua, per restituirla come un dono ai suoi lettori.

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