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La Cassazione spegne gli autovelox sul Put

I giudici spengono gli autovelox del Put. Accogliendo il ricorso di un multato, la Corte ha stabilito che l'anello del Put non può essere considerato «strada ad alto scorrimento». Multe illegittime

TREVISO. La Cassazione bocciato gli autovelox fissi sul Put: sono illegittimi, il Comune deve spegnerli. Congelate tutte le multe, si prevede una valanga di ricorsi.

La Corte Suprema, accogliendo il ricorso di un automobilista, ha infatti stabilito che l'annello esterno delle mura, dove vige il limite di velocità di 50 km all'ora, non possiede tutte le caratteristiche per essere definito una strada «ad alto scorrimento», ossia la condizione necessaria per poter installare lungo l'arteria autovelox fissi per poi farli funzionare senza la presenza di un vigile.

Ieri la sentenza è piombata a Ca' Sugana come un macigno. Amareggiato l'assessore alla Sicurezza Andrea De Checchi, che però rilancia: «Spegneremo gli autovelox, ma non possiamo esimerci dal dire che si tratta di una sentenza antisicurezza. Il Comune di Treviso non può accettare che il Put torni ad essere una strada pericolosa per l'alta velocità e quindi mi attiverò subito in tre direzioni: chiederò a polizia e carabinieri di aiutare i nostri vigili per effettuare controlli sul Put con telelaser a tutte le ore. Poi solleciterò i nostri parlamentari a modificare la normativa: devono essere i Comuni a valutare la pericolosità delle strade, e cioé a poter mettere o meno gli autovelox fissi senza permessi superiori. Terzo: cercherò di trovare punti del Put che si possano definire ad alta percorrenza: sposterò lì i box».

Gentilini è furibondo: «Scriverò a Maroni e tornerò dal prefetto: la Cassazione così dà licenza di uccidere».

Però la sentenza della Cassazione depositata ieri parla chiaro: «La Corte - vi si legge - accoglie il ricorso principale», ossia la contestazione del fatto che il Put possa essere appunto
definito una strada ad alta percorrenza, ricorso presentato dal signor Sergio Zoia, farmacista di Peseggia, rappresentato dall'avvocato Paolo Iadanza, che ha convinto la Cassazione a prendere in esame la scottante questione dando torto, alla fine, sia al Comune che alla Prefettura di Treviso.

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