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Giavera, blitz nel laboratorio: 17 cinesi in nero

Otto i clandestini. Uno si schianta cadendo dal soppalco in cui era nascosto: fratture multiple. Per la titolare potrebbe scattare anche l’accusa di riduzione in schiavitù

GIAVERA. La polizia irrompe nel laboratorio tessile. Ci sono 17 cinesi. Lavorano tutti in nero, 8 sono clandestini. Uno cerca di nascondersi in un soppalco sottotetto. Si apre una voragine, l’uomo vola per quasi tre metri: fratture multiple. Sono le drammatiche fasi iniziali del blitz che polizia, guardia di finanza e vigili del fuoco hanno condotto la scorsa notte a Giavera del Montello in un laboratorio tessile gestito da cinesi.

Dai maiali alle griffe. L’ex porcilaia al numero 7 di via Porcu era diventata un maxi-laboratorio tessile, un vero e proprio lager di contraffazione (trovate seimila etichette di venti marchi diversi, da Geox a Stefanel) e lavoro clandestino. Seminascosto, isolato nella macchia del Montello. «Mai visto, in dieci anni, un tale ventaglio di violazioni tutte assieme», dice Alessandro Secco, luogotenente della guardia di finanza di Montebelluna. Nei settecento metri quadrati dell’ex allevamento di suini lavoravano in 17. Tutti cinesi, tutti in nero. Otto sono clandestini. Sono stati tutti denunciati, e uno di loro arrestato perché in passato era già stato espulso (ma evidentemente non aveva obbedito).

Il blitz. Quando le forze dell’ordine - coordinate dal capo della squadra mobile di Treviso, Riccardo Tumminia - si sono presentate alle porte del magazzino, nessuno apriva. Ingressi sbarrati dall’interno. Dopo alcuni minuti, quando ormai era pronta l’irruzione con la forza, dall’interno hanno aperto. Nonappena poliziotti e finanzieri sono entrati, hanno udito un tonfo sordo. Si è sfiorato il dramma: uno dei cinesi, che si era appena nascosto in una “camera” ricavata in un sottotetto, è letteralmente precipitato pesantemente a terra. Il pavimento del soppalco improvvisato è crollato sotto il suo peso: l’uomo ha riportato diverse fratture, tra cui quella della clavicola, ed è stato ricoverato all’ospedale di Montebelluna. E’ l’unico non ancora identificato.

Il lavoro. «Orari impossibili e condizioni di vita al limite della schiavitù»: nella definizione di Tumminia c’è la fotografia di quello che le forze dell’ordine hanno trovato. Macchinari da lavoro, capi tessili, sporcizia, sigarette ovunque, odore nauseabondo, materassi, cibo. La titolare, Che Zaodi, non c’era. Ora è ricercata: è stata deferita per una lunga sfilza di violazioni, e per lei potrebbe anche scattare l’accusa di riduzione in schiavitù nei confronti dei lavoratori. Lo scorso anno la donna risultava dipendente di un altro laboratorio tessile. Da poco (8 febbraio) risulta titolare di questo. Al locale sono stati posti i sigilli.

I marchi. Geox, Stefanel, Red Valentino, Murphy & Nye, Marlboro Classics, Marisa Monti, Love Moschino: queste alcune delle etichette trovate all’interno del laboratorio. Una vera montagna, oltre seimila: è proprio l’alto numero a far ipotizzare alle forze dell’ordine che si tratti di merce contraffatta. «Solitamente le aziende produttrici, se si affidano a sub-fornitori, danno loro solo un piccolo quantitativo di etichette, corrispondente al numero di capi commissionati», dice il luogotenente della guardia di finanza. Proprio la finanza verificherà se si tratti davvero di contraffazione oppure di sub-fornitura. Sei committenti del laboratorio cinese saranno sentiti.

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