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Comunità delle Prealpi, ritorno al passato

Un nuovo disegno impone criteri molto limitativi per la partecipazione dei Comuni. Fuori Refrontolo, Pieve, Farra, Tarzo e Cappella Maggiore. Il presidente Possamai lancia l'allarme: la scure del ministro sul nostro ente

VITTORIO VENETO. «Non è che, perchè un dente è cariato, bisogna mettere la dentiera togliendo tutti gli altri. Esistono, indubbiamente, casi di comunità montane “inventate”, ne parla anche Gianantonio Stella nel suo ultimo libro, ma fissare criteri altimetrici e di percentuali montagnose per definire l'ambito delle comunità non è una strada corretta per intervenire sui costi della politica. Spero che il disegno di legge Lanzillotta venga corretto».
Lo dice il presidente della Comunità montana delle Prealpi Trevigiane, Giampiero Possamai, commentando il disegno di legge del ministro per gli affari regionali Linda Lanzillotta. Un disegno che, partendo da alcune situazioni scandalose, segnalate anche nel libro di Stella (è citata una comunità montana del Sud... in riva al mare), fissa criteri molto limitativi per la partecipazione dei comuni agli enti montani: devono avere almeno l'80% del territorio sopra i 600 metri di altidudine, o anche solo il 50% ma allora «con un dislivello di almeno 600 metri». «Se così fosse - spiega Possamai - la nostra comunità dovrebbe ritornare all'estensione precedente, quella dei 11-2 comuni invece di 16. I comuni a rischio, secondo quei criteri, sarebbero Refrontolo, Tarzo, Pieve, Farra e Cappella Maggiore. Ma siccome questo progetto è ispirato a contenere i costi della politica, allora diciamo solo che quei costi incidono, per quanto ci riguarda, appena per il 3% sul bilancio, mentre più del 70% va in investimenti, in progetti di sviluppo turistico, agricolo e di tutela del territorio».

E aggiunge: «Certamente c'è chi ha queste cifre rovesciate, o quasi, ma si pensi che noi, fin dal 2000, abbiamo tagliato del 50% le indennità: diversamente non avremmo potuto fare nulla e saremmo stati una comunità montana... sulla carta. Chiaramente, essere in sedici invece che in dodici comporta un più organico e importante impegno finanziario, e consente anche di condividere alcuni servizi, con il risultato di una efficienza migliore e risparmi di scala. Si cerchino invece, con criteri diversi, le pecore nere e gli sperperi veri: il criterio dell'altitudine e della percentuale di territorio non è quello giusto. Non vorrei che, alla fine, non potendo percorrere questa strada, ci si limitasse a qualche piccolo provvedimento con il risultato di non andare a intaccare privilegi e potentati».

Qualcuno, intanto, anche all'interno dell'Unicem, l'organismo nazionale che raggruppa le comunità montane, dice che questo sarebbe il modo, per Roma, di mettere le mani sulle valli
per controllare acqua, energia e forestazione. «Credo che sulle comunità montane dovrebbero decidere le Regioni. Per far questo, però, serve un regime di federalismo fiscale che consenta alle Regioni stesse di destinare al meglio i tributi trattenuti. Così potremmo dare impulso ad altri progetti».

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