Quotidiani locali

«Questa è l’epoca dei nuovi media ma la carta vivrà»

Il sociologo Andrea Miconi oggi a Treviso toccherà il nodo di fake news e informazione

Il dibattito sulla qualità dell'informazione non è mai stato acceso come in questi anni. Se, infatti, il potere delle notizie e dei media è stato da tempo intuito e raccontato da scrittori, filosofi e cineasti, il nostro tempo ha assistito ad una trasformazione epocale, quella della Rete Globale, che ha modificato radicalmente anche il mondo dell'informazione. Andrea Miconi, esperto di giornalismo e di nuovi media, professore alla Iulm i Milano, sarà ospite del Festival filosofico Pensare il Futuro, oggi all’Auditorium Cgil di Treviso, alle 20.30, per discutere insieme al professor Luigi Perissinotto, professore di Filosofia del Linguaggio a Ca’ Foscari, su come è cambiato il giornalismo e il mondo dell'informazione.

I nuovi media hanno rappresentato, ad esempio nel caso delle cosiddette primavere arabe, un’occasione di libertà. D'altra parte, i fatti accaduti durante la campagna elettorale di Trump hanno dimostrato i pericoli di un'informazione gestita dal basso. Come si conciliano libertà e qualità dell'informazione?

«Gli esempi che ha riportato sono quelli di cui si è maggiormente discusso in questi anni. Nel 2011 c'era l'impressione che le nuove piattaforme potessero organizzare dal basso i movimenti democratici; ma poi è emersa l'evidenza che le cose non andavano necessariamente così. Non ho l'arroganza di dare una soluzione ad un problema così complesso. Innanzitutto va osservato che la possibilità per ciascuno di noi di essere produttore di informazioni e di informarsi attraverso la rete non si traduce automaticamente in un miglioramento della vita civica. È un fenomeno analogo al fatto che sebbene chiunque possa ora accedere ad opere scientifiche dal proprio smartphone, questo non garantisce un vero aumento dell'istruzione delle persone. In secondo luogo, bisogna ricordare come l'importanza assunta dai social li renda il luogo nel quale avviene ora il dibattito e il confronto; nei social confluisce tutto, il “bene” e il “male”».

In molti casi è lo stesso social a “proporre” notizie e informazioni agli utenti in base alle loro preferenze. Quali sono i rischi e i limiti del News Feed dei social networks e come funzionano?

«A questo proposito i numeri sono impressionanti: nel rapporto Censis 2017 sulla Comunicazione emerge che negli Usa e in Canada il 65% degli utenti più giovani usano prevalentemente Facebook per informarsi. Ma Facebook si avvale di un duplice filtro per proporre le notizie all'utente. Da un lato c’è un algoritmo molto complesso, che decide quali informazioni mostrare ad ognuno di noi in base a come l'utente stesso ha usato il social network. Dall'altro lato, gli utenti leggono le notizie che vengono ri-postate dai propri amici, ovvero persone con le quali hanno molte cose in comune, anche in termini di “visione del mondo”. Indubbiamente questo meccanismo è pericoloso, perché i social diventano ambienti nei quali sentiamo ripetere soltanto ciò che già riteniamo vero. Scompare così il “foro pubblico”, uno spazio in cui le opinioni possano confrontarsi, e con esso la possibilità di conoscere i differenti punti di vista su una questione. In questo senso i tanto criticati talk show televisivi, pur essendo spesso responsabili dell'abbassamento del livello del dibattito, vengono ora rivalutati, perché offrono almeno la possibilità di ascoltare più voci intorno ad un argomento».

Questo tema ha anche a che fare con il problema del populismo in politica?

«Sicuramente sì, anche se le correlazioni sono difficili da dimostrare. È in ogni caso evidente il fatto che il populismo sia esploso proprio negli anni dell'uso di massa dei social. La categoria del “populismo” è molto complessa: non tutti i populismi sono uguali e servirebbe una definizione più precisa di questo fenomeno. Non c'è dubbio, però, che i social siano l'ambiente ideale per creare delle “comunità di discussione” isolate tra loro, dove ognuno cerca e ottiene la conferma di quello che già pensava».

A suo parere in Italia le giovani generazioni hanno competenza in questo senso (la cosiddetta Digital Literacy) oppure, benché nativi digitali, utilizzano questi strumenti in modo inconsapevole?

«Non sono molto ottimista, anche se facendo simili affermazioni ci si sente sempre un po' a disagio, perché sembra di assumere il classico comportamento delle persone anziane nei confronti delle giovani generazioni. D'altra parte la mia attività didattica è indirizzata a giovani che sono nativi digitali, talvolta già da due generazioni, cioè i loro stessi genitori sono nativi digitali. Ma il problema non è essere capaci di far funzionare l'apparecchio digitale, a livello ad esempio di manualità nei mezzi tecnologici, ma la consapevolezza intorno a come funzionano i dispositivi e i sistemi informatici, ad esempio nella diffusione delle notizie. Una forma, quindi, di “metacompetenza”».

Dopo un periodo in cui i media tradizionali sembravano destinati a “estinguersi”, recentemente sembra esserci stato un “ritorno” della carta stampata, anche in risposta ai casi di fake news. Quale potrebbe essere il futuro dell'informazione?

«Certo il futuro non sarà solo la carta stampata, anche se la cosa che dice è vera. C'è una controtendenza rispetto al passato. Ad esempio, uno dei fondatori di Facebook,

Chris Hughes, coinvolto anche nella campagna elettorale di Obama nel 2008, ha acquistato un quotidiano su carta. In effetti, da vent'anni si dice che la carta stampata non esisterà più; ma questa profezia non si è ancora realizzata».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



TrovaRistorante

a Treviso Tutti i ristoranti »

Il mio libro

PUBBLICARE UN LIBRO

Sconti sulla stampa e opportunità per gli scrittori