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Milos Forman, l’europeo di Hollywood

È morto a 86 anni, lascia i capolavori da Oscar “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “Amadeus”

È morto a Warren, nel Connecticut, il regista ceco Milos Forman. Aveva 86 anni, era malato. A dare la notizia, un comunicato dell’agenzia ceca Ctk, che cita la moglie del regista, Martina Formanova. Il suo cinema, sia negli esordi cecoslovacchi che nei successi anni americani, è stato sempre rivolto con coerenza a dar spazio a marginali, spesso mediocri e perdenti, che magari verso la fine dell’avventura della vita hanno un sussulto di dignità come il personaggio di Jack Nicholson in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, magari mitigando l’invidia e il rancore, come il Salieri di “Amadeus”, per restare ai due film più famosi e vincenti.

Nato alle porte di Praga, Milos Forman era rimasto orfano a otto anni di entrambi i genitori, deportati e uccisi dal nazismo: il padre, ebreo, a Buchenwald, la madre, falsamente accusata di cospirazione, ad Auschwitz. Entrato quasi per caso alla Facoltà di cinema e televisione – era stato respinto al test d’ammissione alla scuola d’arte drammatica – Forman si ritrova nel mezzo dell’atmosfera delle Nouvelle vague, diventando uno dei massimi interpreti della “Nová Vlna” ceca, che contribuisce a modificare anche il clima culturale e politico del Paese, con la “primavera di Praga”.

Già nelle sue prime opere ironia e malessere, frustrazioni e speranze si intrecciano, toccando, in “Gli amori di una bionda” (1963), un successo mondiale – e una nomination all’Oscar tra i film stranieri – con la critica alla burocrazia ottusa e al permanere delle discriminazioni verso la condizione femminile e la sessualità. Per questa esposizione, teorica e politica, è inevitabile la sua fuga oltre oceano, in esilio, mentre i carri armati sovietici entrano in Cecoslovacchia. In America ha subito successo con “Taking off”, commedia generazionale, trasgressiva, con tutti i temi del post-Sessantotto, dalla marijuana al folk, dalla famiglia alle rivolte studentesche, che vincerà il Gran Premio a Cannes (1971), ma non ha riscontro di pubblico. Senza più visto americano, rischia di essere rimpatriato quando arriva Michael Douglas: gli fa avere una copia di un libro di Ken Kesey, uscito dieci anni prima, che racconta l’odissea di individui marginali, ma sanissimi, negli ospedali psichiatrici statunitensi. È il trionfo di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975), cinque Oscar compreso miglior film e miglior regia, e il primo Academy Award per Jack Nicholson, nei panni dell’ex detenuto Mac Murphy, giustamente incapace di subire le ingiustizie di un sistema repressivo che mette in crisi solo con la sua ironia anarchica. Questa voglia di trasgressione e di libertà continua in tutti i film successivi, a cominciare dal musical “Hair”, dove burocrazia e diversità ancora si scontrano nella figura del disertore di Treat Williams, che finisce in Vietnam quasi per sbaglio. E dopo un passaggio a vuoto in “Ragtime” (1981), sarà “Amadeus” (1982) a consacrarne temi e successo, con otto Oscar. Qui nei due personaggi di Mozart (Tom Hulce) e Salieri (F. Murray Abraham) si condensa in fondo tutto il suo cinema: da un lato il rancoroso, invidioso e vendicativo musicista veneto, dall’altro il volgare e fortunato salisburghese; da una parte complotti e gesuitici giochi di potere, dall’altra estro sgraziato, irriverente e geniale. Due aspetti, in fondo, della stessa pazzia. Questa attenzione verso i personaggi più eccentrici – o per i lati destabilizzanti di quelli famosi – è confermata dagli ultimi film, capaci ancora di raccogliere premi ai festival e al botteghino. E se “Valmont” (1989) stempera l’adattamento del libro di Choderlos de Laclos in un esercizio di stile, “Larry Flint – Oltre lo scandalo” buca ancora lo schermo con la biografia del provocatorio e autodistruttivo magnate della stampa pornografica, vincendo l’Orso d’oro a Berlino (1996), riconoscimento quasi bissato (argento) nel 2000, con “Man of the Moon”, altra storia geniale

e toccante, con Jim Carrey che riporta alla luce lo spiazzante comico Andy Kaufman. In quell’anno è stato presidente di giuria alla Mostra di Venezia, dove nel 2017, tra i classici restaurati è stato presentato il suo esordio, “L’asso di picche”.

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