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Il museo Bailo di Treviso ospita tre emozioni nuove firmate Gino Rossi

Una natura morta, il paesaggio bretone e una tempera concesse in comodato d’uso dai collezionisti privati

TREVISO. Non sappiamo quanto del nostro Vincent Van Gogh ci sia ancora da scoprire e - come avverte qualche esperto - non sappiamo nemmeno quanto di ciò che è stato scoperto sia suo, ma di sicuro, dopo l'acquisizione della scultura "Ritratto d'uomo" di Arturo Martini, va salutata con gioia e curiosità l'”acquisizione”, da parte del museo Bailo, di tre opere di Gino Rossi (Venezia 1884-Treviso 1947) che portano i quadri posseduti dal nuovo museo trevigiano a insidiare il primato della collezione veneziana di Ca' Pesaro.

Di sicuro i tre presentati ieri al Bailo sono seri: fanno parte di collezioni private, sono dati con un'assicurazione blindata, sono catalogati (era presente il prof Menegazzi, grande esperto in Rossi e curatore del primo e più esauriente catalogo sul pittore). Al di là del fatto che all'esposizione del Bailo, in occasione del settantennale della morte di Rossi e dell'amico scultore Arturo Martini, rimane priva della "Fanciulla del fiore" per un contenzioso assicurativo, va detto che la trilogia appena acquisita proprio per merito del Settantennale, è bella e importante. E va ad aggiungersi a "Donnina allegra",  "Padova: il Santo", "Paesaggio asolano", "Primavera in Bretagna", e "I tre pesci" già presenti. Quest'ultimo è un affresco che Rossi realizzò su un muro tra i pellagrosi del Gris di Mogliano: fu staccato per interessamento di un gruppo di amici pittori che riconobbero la mano di Rossi.

Le tre novità si sggiungono anche alle due opere concesse in comodato da Nico Stringa in occasione della riapertura del Bailo nel 2015: "Michel Carion marinaio" ("dubitato" e controverso) e  "Composizione di figure". Sono legate ai viaggi di Rossi e Martini in Francia, e segnatamente in Bretagna, i tre magnifici nuovi "ospiti" del Bailo. Si tratta de "La riviera di Menez-Hom", un olio su cartone del 1912 di dimensioni inusuali per Rossi, violento se confrontato con gli “asolani”, di  "Natura morta con ventaglio" (attento “perfetto” graficamente, un commovente olio su cartone), più volte catalogato, e una delle cinque eseguite tra il 1920 e il 1922 prendendo spunta dagli artisti francesi raggruppati sotto l'ala della "Esprit nouveau", cui Rossi era abbonato, e di  "Due figure e paesaggio", lunare "guache e tempera su carta" datata 1920-21, opera di “uscita” dell’impressionismo. L'emozione di ritrovare in questi ultimi "segni" il paradigma di Gino Rossi, mutuato da Gauguin e da un incalzante cubismo per entrare nell'espressionismo rossiano è grande, nonostante i colori tradiscano un po' il periodo folle (e affamato) dell'esilio a Ciano del Montello, lontano da chi l'aveva adulato e poi tradito non appena il pittore aveva deciso di non ripetersi per cercare nuove vie, è grande e sfaccettata. L’emozione del professor Eugenio Manzato, nell’illustrarli è diventata quella dei tanti cultori presenti.

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