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«Ho avuto paura degli ultras»

L’attaccante del PortoMansuè racconta gli insulti e l’inseguimento fin negli spogliatoi

MANSUÈ. Sono passati quasi 18 anni dal caso Omolade e nulla sembra cambiato nei rapporti fra razzismo e ultras trevigiani. Domenica l'ivoriano Yves Roland Gnago a fine partita è stato coperto di insulti razzisti quando ha esultato un po' da galletto per la vittoria 2-0 del suo Portomansuè sul Treviso, sua ex squadra. Ma stavolta i trevigiani non hanno abbandonato lo stadio, come fecero vergognosamente quel pomeriggio a Terni. Domenica sono scesi dalle tribune spintonando gli altri appassionati per arrivare agli spogliatoi del campo di Mansuè prima di Gnago, con l'intenzione neanche tanto velata di fargli pagare un affronto, a quanto pare, imperdonabile.

Il precedente. «Sono abituato a vedere scene di questo tipo contro il Treviso», racconta Gnago, ancora scosso il giorno dopo la tentata aggressione. Sono due i marchi d'infamia che l'attaccante 25enne si porta addosso: è ivoriano e nero (o negro, come l'hanno chiamato per 90' domenica), e poi nel 2014 passò dal Treviso alla Mestrina, provocando l'ira funesta degli ultras: «I tifosi non hanno digerito lo sbaglio di 3 anni fa, quando ho esultato sotto la loro curva dopo un mio gol contro il Treviso con la maglia della Mestrina», racconta l'attaccante. «Me n'ero andato da Treviso perché, dopo aver ottenuto la promozione in Eccellenza con mister Piovanelli, cambiò la proprietà. Avevo bisogno di aiuto per restare in Italia, ma non mi diedero una mano. Arrivarono offerte da Quinto, Istrana e Mestrina, e scelsi l'ultima senza immaginare la rivalità fra Treviso e Mestrina: ero in Italia da due anni, figuratevi se ne sapevo niente». Forse una leggerezza, anche se non esiste motivo al mondo per cui un calciatore non possa essere libero di scegliere dove giocare a calcio. Ma una leggerezza che sta pagando cara da anni: «È brutto che ti trattino così male per tutti i 90' minuti. È brutto che ogni volta che cadi a terra qualcuno dagli spalti ti faccia il verso della scimmia», racconta con un filo di voce. «E domenica è successo durante tutta la partita».

Chiuso negli spogliatoi. Forse anche per questo a fine gara Yves si è rivolto ai suoi tifosi con il pugno alzato, in segno di vittoria. Ha mandato un'occhiata trionfante allo spicchio biancoceleste prima di essere raggiunto dal difensore ospite Marchiori, che non gliele ha mandate a dire. Sono dovuti intervenire l'arbitro e un guardalinee per separare i due, ma gli arbitri nulla hanno potuto nei confronti di quello che stava succedendo sugli spalti: le teste più calde si erano già messe a correre in direzione degli spogliatoi. L'obiettivo era dare una lezione a Gnago, ma sono stati fermati dalla dirigenza del Portomansuè e dai carabinieri presenti. Una situazione terribile: «Ho avuto un po' di paura, mi sembra normale», dice l'attaccante 25enne. «Sono rimasto negli spogliatoi finché non se ne sono andati, e anzi ringrazio la società e il mister che mi hanno protetto». Scene da Far West successe davanti a 600 persone, comprese molte famiglie e bambini.

Insulti a Bounafaa. «Il Treviso non si merita situazioni del genere», dice tristemente Gnago. «Non lo merita la sua storia, non lo meritano la sua squadra e la sua dirigenza. Essere trattati in questo modo è terribile, e io non sono l'unico ad aver ricevuto questa accoglienza da quegli ultras: dare un occhio alla situazione del tifo sarebbe buona cosa anche per la società». Anche perché,

prima dell'aggressione, non erano mancati sfottò razzisti anche nei confronti di Bounafaa, attaccante marocchino. I protagonisti di quelle frasi non erano ultras, ma normali tifosi. Diventa difficile negare che a Treviso ci sia un problema grave. Razzismo, altro che Eccellenza.

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