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«Allucinazioni e dolore ma volevo finire il Tor»

Silvia Carobolante racconta l’impresa sulle Alpi e i 31mila metri di dislivello «Credevo di scorgere i rifugi, invece erano alberi. Ma ho superato i miei limiti» 

SUSEGANA. Il Tor des Géants è un mito, il massimo traguardo per chi frequenta gli ultratrail. Un massacro da 339 km e 31mila metri di dislivello. Un viaggio, fra mille insidie, che contempla Monte Bianco, Cervino, Rosa, Gran Paradiso e Gran Tourmaline. Una meraviglia che Silvia Carobolante, 34enne di Susegana, professione progettista d’interni, desiderava come null’altro al mondo. C’era l’incubo dell’edizione precedente da scacciare, c’era lo striscione finale di Courmayeur come gioiello da conservare fra i ricordi più belli.

Silvia, perché il Tor des Géants?

«Ho iniziato nel 2010 con la maratona, dopo quattro anni sono passata alla corsa in montagna. Mi sono resa conto che c’era altro, è prevalsa la voglia di provare qualcosa di nuovo. Volevo abbracciare luoghi che altrimenti mai avrei visto. E, poco alla volta, l’asticella s’è alzata, di pari passo con la distanza: dalle strade ai sentieri, dai 60 ai 130 km, dall’Austria alla Francia. In Scozia, quest'anno, ho completato un trail da 150 km. Ma il Tor era il sogno, l’ambizione di chiunque s’avvicini a questo sport».

La corsa è un’infatuazione recente?

«Direi di sì, visto che da ragazzina praticavo equitazione. Una certa differenza, dato che prima facevo correre i cavalli… Mi dedicavo al salto ostacoli, sono stata campionessa regionale. Mi allenavo a Susegana e Fontane. Se in gioventù gareggiavo però per agonismo, ora lo faccio per una sfida personale».

Quante maratone ha messo a curriculum?

«Sono oltre 25. Da Parigi a Berlino, da Venezia a Roma, da Londra a Valencia. Manca New York, ma rimane fra i miei desideri. Ho affrontato pure la 100 km del Passatore, ma non mi bastava più. E, in neanche un lustro, ho già archiviato una quarantina di trail».

Come si sente dopo 31 mila metri di dislivello?

«Soddisfatta. Specie per quanto provato l’anno scorso: non ero riuscita a portarlo a termine, il medico al seguito mi impedì di continuare, fermandomi al 275° km. Si erano gonfiate le gambe, una forte disidratazione. Certo, un’impresa simile comporta stanchezza e sofferenza. Ma è un dolore che ti fa stare bene, perché lo vuoi e cerchi. Perché ti fa capire che stai centrando l’obiettivo».

S’è classificata 37esima delle donne, chiudendo in 146 ore: pensava meglio o peggio?

«Sinceramente, non avevo nemmeno badato all’ordine d’arrivo. Non sono agonista, né veloce. Già essere “finisher” è un gran risultato. Ai trail partecipo per arrivare, della disciplina mi piace l’andare sempre oltre il limite. Anzi, nel nostro mondo limiti non te li poni: vedi gli altri e ti domandi se non sia il caso di provarci. Una sfida con se stessi, un’adrenalina che ti spinge a volere sempre un po’ di più».

È incappata in qualche crisi?

«Fortunatamente no. Fors’anche per il guaio del 2016: volevo non si ripetesse più. Impegnativa è stata però la notte, mi sono imbattuta nelle allucinazioni. Camminavo e credevo di scorgere un rifugio. Correvo e mi sembrava di vederlo sempre più vicino, quasi di toccarlo. Invece non era così, di fronte avevo un albero. Poco sonno e lunga distanza, la mente elaborava. Me ne avevano parlato, ho provato sulla mia pelle che esistono».

Come s’era preparata?

«Fisicamente con tanti chilometri, ampio dislivello, ore e ore su e giù in montagna. Fondamentale però è la mente: il fisico s’adatta, ma se la testa dice no, non vai da nessuna parte. Così nelle settimane precedenti ho cercato di dormire poco. La gestione sonno-notte è decisiva: in 146 ore, cinque e mezzo le ho dedicate al riposo».

Com’era equipaggiata?

«Zaino con cibo, ramponcini per la neve, giacconi, berretto, guanti, pure una pila con batteria di ricambio».

Come s'è alimentata?

«Il Tor assicurava sei basi vita. Trovavi pasta, benché scotta. Riso, carne, uova. E poi avevano previsto piccoli rifugi con biscotti e altri dolcetti».

Incroci ravvicinati con gli animali?

«Tutti innocui. Stambecchi, camosci, volpi, marmotte. Un paesaggio bellissimo».

Dovesse dare un consiglio?

«Non è facile. Ti muovi con il buio, vicino a precipizi. Ti godi panorami stupendi, ma servono pazienza, costanza, passione».

Decisa la prossima sfida?

«Per ora no, mi gusto il Tor. E di sicuro, non lo rifarò. Quando raggiungi un obiettivo, devi mirarne un altro. Intanto, c’è in ballo a metà ottobre un trail di 60 km a
Calestano, nel Parmense. Che però non è una novità e vorrei riaffrontarlo per ragioni extra-sportive».

Cioè?

«Proprio lì ho conosciuto due anni fa il mio fidanzato, Stefano Cassan. Con lui ho fatto pure il Tor, ora ci piacerebbe tornare dove tutto è cominciato».

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