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Imprenditori trevigiani, odissea in Serbia

Imprenditori trevigiani vessati in Serbia dopo

gli scontri alla partita di Genova e gli arresti degli ultras nazionalisti. Lo denuncia Roberto Migotto, di Federlegno, che con i colleghi Claudio Polesel e Claudio Carrer dovevano raggiungere la Romania, dal Kosovo, passando appunto per la Serbia. Un transito diventato un’odissea di vessazioni.
TREVISO. Bloccati per ore al confine con la Serbia, costretti a subire vessazioni da parte degli agenti serbi della dogana prima di poter proseguire il loro viaggio. È accaduto venerdì notte, quando tre imprenditori trevigiani hanno visto interrompersi il loro viaggio di lavoro verso la Romania a causa dei soprusi ricevuti dai poliziotti.

Per i tre industriali, con decine di esperienze di viaggio nel Balcani, tutta la vicenda non è un caso, bensì un regolamento dei conti dopo le scintille con l’Italia innescate dagli scontri allo stadio Marassi di Genova durante la partita di calcio tra le due nazionali. La disavventura ha visto protagonista l’ex presidente della Federlegno del Triveneto nonché amministratore delegato della Miro srl di Meduna di Livenza Roberto Migotto, che assieme assieme a Claudio Polesel e Claudio Carrer - entrambi titolari di diverse imprese di costruzioni sia in Italia che all’estero - erano intenti ad attraversare il confine serbo arrivando dal Kosovo e diretti verso Timisoara, dove ad attenderli c’era un aereo di linea che li avrebbe riportati oggi a Treviso.

Un’operazione semplice per chi, come loro, da anni attraversa queste zone in lungo e in largo per stringere rapporti commerciali e trovare nuovi sbocchi alle loro imprese. «Purtroppo non tutto è andato liscio come speravamo - spiega Migotto, a capo di un’azienda del mobile con una settantina di dipendenti nella Marca - quando siamo arrivati a mezzanotte al confine tra Kosovo e Serbia ci hanno fermato. Abbiamo mostrato i passaporti ma gli agenti di frontiera ci hanno presi e tenuti in disparte per un’ora. Non ci hanno toccato, né detto niente.

Ma siamo rimasti lì a decantare senza sapere il motivo di questo fermo, fatto sconcertante per quanto mi riguarda, visto che non avevamo fatto nulla. Alla fine ci hanno avvisati che non potevamo proseguire per quel valico e che saremmo dovuti passare per il valico in Macedonia, distante 300 chilometri. Una deviazione che abbiamo dovuto compiere nel mezzo della notte anche perché se fossimo rimasti lì a discutere ancora con quei poliziotti, ci avrebbero certamente arrestati a causa delle nostre proteste». Presa la macchina, i tre in arrivo da Sofia - dove avevano partecipato ad un congresso - hanno imboccato la strada per arrivare dopo un paio d’ore al confine indicato dai poliziotti.

«Speravamo di poter passare ma anche lì stessa storia - continua Migotto - ci aspettavano e abbiamo dovuto restare fermi un’altra ora. Si ripassavano per le mani i passaporti dicendoci infine che mancava il visto di ingresso. Abbiamo cercato di farli ragionare, dicendo come giusto che non era compito nostro mettere il visto, minacciando poi di rivolgerci all’ambasciata. Solo alle 8.30 del mattino siamo riusci a passare. Una vicenda incresciosa per chi come noi va in giro per lavoro, inammissibile perché colpa magari di un delinquente come quel Bogdanov. Se la Serbia vuole entrare in Europa e fare affari con noi deve cambiare registro».

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